L’ultimo studio di Transport and Environment svela il paradosso fiscale dei giganti del mare che costa all’Italia 500 milioni di euro all’anno in danni ambientali
Dormire a bordo di una nave da crociera costa in musse quasi la metà rispetto a un pernottamento in un hotel sulla terraferma. È il paradosso normativo e fiscale emerso dall’ultima analisi condotta da T&E (Transport and Environment), il principale gruppo indipendente europeo per la decarbonizzazione dei trasporti. L’organizzazione ha messo a confronto il trattamento fiscale nei principali hotspot crocieristici del Mediterraneo, ovvero Italia, Francia e Spagna, scoprendo che a parità di un soggiorno da 100 euro a notte, chi sceglie l’albergo paga in media il 23 per cento di tasse, mentre il crocierista si ferma appena al 12 per cento.
Questa asimmetria nasce da un’eredità giuridica: i colossi del mare vengono ancora formalmente considerati come mezzi di trasporto marittimo essenziale. Una classificazione che permette loro di beneficiare di storiche agevolazioni fiscali riservate al settore mercantile, come le esenzioni sulle accise dei carburanti e l’azzeramento dell’IVA. Secondo Carlo Tritto, Sustainable Fuels Manager di T&E Italia, si tratta di un’interpretazione ormai anacronistica, poiché questi hotel galleggianti non rappresentano un mezzo per raggiungere una meta, bensì costituiscono la destinazione turistica stessa. Il manager sottolinea come il mantenimento di tali privilegi penalizzi le città portuali, che si trovano a gestire le pesanti esternalità negative dei flussi turistici senza avere le risorse finanziarie per contrastarle.
I costi ambientali generati da questo squilibrio sono imponenti. A causa delle loro dimensioni mastodontiche, le navi da crociera registrano l’impronta di carbonio più elevata dell’intero comparto marittimo. Il problema principale si concentra durante le soste in banchina: le imbarcazioni mantengono spesso i motori termici accesi per alimentare le attrazioni di bordo, riversando nei centri abitati polveri sottili, ossidi di zolfo e di azoto. Solo in Italia, nel corso del 2025, l’impatto economico e sociale di tali emissioni è stato quantificato in 500 milioni di euro, ripartiti tra i 389 milioni di danni legati alla CO2 e i 114 milioni provocati dall’inquinamento dell’aria locale. Numeri che, sommati a quelli di Francia e Spagna, fanno lievitare la fattura ecologica del Mediterraneo a una cifra compresa tra i 790 milioni e gli 1,3 milliardi di euro.
Per sanare questo divario e tutelare la salute pubblica, T&E ha formulato una proposta di riforma strutturale. Il primo passo suggerito prevede l’introduzione di una tassa nazionale sui biglietti sul modello di quanto già fatto in Grecia, l’unico Paese dell’Unione Europea ad aver implementato un’imposta simile compresa tra i 5 e i 20 euro. Secondo le stime dell’organizzazione, l’applicazione di una tariffa fissa di 15 euro a passeggero per ogni singolo scalo frutterebbe a Italia, Spagna e Francia un gettito complessivo di 335 milioni di euro all’anno. Risorse che i singoli Governi potrebbero reinvestire direttamente nella transizione ecologica dei porti, finanziando l’elettrificazione delle banchine per permettere lo spegnimento dei motori delle navi ormeggiate.
