Tra navi ferme, noli alle stelle e rotte sempre più insicure, la crisi nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso minaccia di paralizzare una delle arterie fondamentali del commercio mondiale, con effetti a catena su energia, materie prime e catene di approvvigionamento globali.
Il cuore del commercio marittimo mondiale sta rallentando pericolosamente e, questa volta, non si tratta soltanto delle consuete turbolenze geopolitiche che negli ultimi anni hanno accompagnato le rotte tra Medio Oriente e Asia. Nel quadrante compreso tra lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso sta prendendo forma una crisi operativa che rischia di trasformarsi in un vero e proprio blocco dei traffici globali. Non è più solo una questione di deviazioni di rotta o premi assicurativi alle stelle: a preoccupare è l’immobilità crescente della flotta mercantile, costretta a restare alla fonda in attesa che la situazione diventi meno incerta.
Secondo le ultime stime, circa 140 navi portacontainer risultano ferme nel Golfo Persico, cariche di merci destinate ai principali mercati mondiali. Si tratta di una capacità complessiva di circa 470.000 Teu di stiva che, di fatto, resta inutilizzata. Un volume enorme di beni – componenti industriali, prodotti finiti, materie prime – che rischia di non raggiungere le destinazioni previste nei tempi stabiliti, con effetti a catena lungo tutta la filiera logistica internazionale.
Tra le compagnie più esposte figurano due giganti dello shipping mondiale come MSC e CMA CGM, con rispettivamente 15 e 14 unità in attesa di sviluppi. Tra queste spiccano alcune delle navi più grandi in circolazione, come la MSC Clara, portacontainer da oltre 19.000 Teu. Anche Cosco Shipping deve fare i conti con diverse ultra large container carrier e unità feeder ferme o costrette a rallentare le operazioni. Il risultato è una flotta globale che procede a singhiozzo mentre la domanda di trasporto continua a premere.
Le conseguenze economiche sono immediate. I noli dalla costa occidentale dell’India verso il Medio Oriente hanno registrato aumenti vertiginosi, arrivando in alcuni casi a crescere del 909% per un container da 40 piedi nel giro di appena tre giorni. Una dinamica che tradisce la tensione crescente del mercato e la difficoltà degli operatori a garantire servizi regolari. Non a caso diverse compagnie hanno già sospeso le prenotazioni per scali strategici come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar.
A rendere il quadro ancora più instabile è stato l’attacco alla petroliera Sonangol Namibe nel Golfo Persico settentrionale. Sebbene il servizio britannico UKMTO abbia chiarito che la perdita registrata riguarderebbe acqua di zavorra e non greggio, l’immagine della nave danneggiata e la rivendicazione iraniana di un “controllo totale” dello Stretto hanno alimentato nuove tensioni. Anche i tentativi di individuare hub alternativi nella regione, come il porto omanita di Duqm, appaiono oggi fragili: l’uso di droni e attacchi mirati dimostra quanto l’intera area sia diventata vulnerabile.
La crisi non riguarda soltanto i container. Il settore energetico osserva con crescente apprensione la possibilità che tra 2 e 6 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto al mese possano restare bloccate nei terminal di Qatar ed Emirati. Al momento la domanda stagionale relativamente moderata in Europa e Asia attenua l’impatto, ma un blocco prolungato metterebbe rapidamente sotto pressione i mercati.
Ancora più silenzioso ma altrettanto grave è il colpo al traffico delle rinfuse. Il passaggio delle bulk carrier attraverso Hormuz è crollato del 70% rispetto allo scorso anno, con effetti potenzialmente pesanti su alcune materie prime fondamentali. Da questa rotta transita oltre la metà del calcare mondiale destinato alle acciaierie di India e Bangladesh, oltre al 45% dello zolfo e a circa un quarto dei carichi globali di urea. Numeri che spiegano come la crisi non sia soltanto marittima o logistica, ma rischi di diventare rapidamente industriale e agricola.
Nel frattempo il traffico delle petroliere ha registrato un crollo vicino al 90%. Dietro le statistiche si muove una flotta costretta a operare in condizioni di crescente incertezza, con equipaggi che restano in mare in attesa di decisioni politiche e militari che non arrivano. E mentre la diplomazia fatica a trovare una via d’uscita, la sensazione sempre più diffusa tra gli operatori è che uno dei punti nevralgici del commercio globale stia entrando in una fase di paralisi di cui nessuno, al momento, riesce a prevedere la durata.
Mario Esposito
