• 12 Settembre 2026 16:21

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Stefano Messina al convegno “Le sfide della sostenibilità Marina” per la transizione del settore navale

DiCatello Scotto Pagliara

Lug 22, 2026

Il Presidente di Assarmatori chiede pragmatismo all’UE e lo sblocco dei fondi ETS per non penalizzare la flotta italiana

Genova – Decarbonizzare il trasporto marittimo non è un’opzione, ma una necessità condivisa. Ma per passare dalle parole ai fatti servono tempo, tecnologie idonee e, soprattutto, che le risorse prelevate alle imprese vengano effettivamente reinvestite nella transizione. È un richiamo alla realtà e al pragmatismo quello lanciato da Stefano Messina, Presidente di Assarmatori, nel corso del convegno “Le sfide della sostenibilità Marina”. Con un intervento fermo e privo di formalismi, il numero uno dell’associazione armatoriale ha voluto sgombrare il campo da un equivoco di fondo: quello che dipinge la richiesta di flessibilità del settore come una mera difesa degli interessi di bottega.

«Tutti vogliamo azzerare le emissioni, ma ci vogliono tempo, investimenti e tecnologia. Chiedere gradualità non significa voler risparmiare o proteggere i profitti, ma fare i conti con ciò che il mercato oggi è in grado di offrire», sottolinea Stefano Messina.

Il settore marittimo non è nuovo alla riconversione ecologica. Spinto dalle normative della International Maritime Organization (IMO), l’armamento globale si è già adeguato a tappe forzate, adottando progressivamente dal 2015 al 2020 combustibili ad altissimo abbattimento di zolfo (VLSFO). Passaggi che hanno richiesto investimenti da decine, spesso centinaia di milioni di euro per singola compagnia, destinati a essere ammortizzati nell’arco di decenni.

Il vero nodo critico è sopraggiunto con l’introduzione delle norme europee legate al Green Deal e, in particolare, con l’estensione al settore navale del sistema ETS (Emission Trading System), entrato operativamente in cassa dal 2024. Il meccanismo dell’ETS prevede che le compagnie paghino quote di CO₂ seguendo la logica del “Pay to pollute”, facendo fluire centinaia di milioni nelle casse dello Stato (MEF). Il risultato attuale, tuttavia, è che i fondi restano bloccati e non tornano ai mari.

Per Stefano Messina si tratta di una logica distorsiva: «È il principio del pay to pollute: più sei ricco, più puoi permetterti di pagare e di continuare a emettere. Ma l’aspetto più grave è un altro: i soldi che le nostre compagnie stanno versando oggi su un conto corrente del Ministero dell’Economia – parliamo di centinaia di milioni di euro – dovevano servire a creare un fondo per la decarbonizzazione. Invece, per ora, sono diventati un’ulteriore tassa a carico delle imprese».

Il rischio di questa impostazione penalizza in modo sproporzionato proprio l’Italia. Il nostro è un Paese a fortissima vocazione marittima, dove il comparto blu genera oltre il 10% del PIL nazionale. A differenza delle rotte commerciali oceaniche, la flotta italiana garantisce un servizio pubblico essenziale: la continuità territoriale. I collegamenti lungo le dorsali Tirrenica ed Adriatica, così come le rotte verso le isole maggiori (Sicilia e Sardegna) e i complessi arcipelaghi minori, rappresentano l’unica “autostrada” disponibile per lavoratori, studenti e merci, oltre che per l’accesso ai servizi sanitari essenziali.

Le priorità per il rinnovo della flotta prevedono innanzitutto la Modernizzazione dei traghetti, sostituendo o ammodernare le navi che operano sui brevi e medi tragitti per eliminare le fumarole nei porti civili. È poi fondamentale sostenere l’Uso del LNG (Gas Naturale Liquefatto) verso la transizione al gas liquefatto, l’unica alternativa matura ed efficace disponibile oggi su larga scala per abbattere drasticamente i particolati. Infine, occorre garantire il Finanziamento della ricerca, destinando i proventi ETS allo sviluppo di futuri combustibili completamente zero-emission, come ammoniaca verde o idrogeno.

La richiesta che Assarmatori – al fianco di Confitarma e dell’intero cluster marittimo – rivolge alle istituzioni è chiara: il Governo deve intervenire per far valere la specificità del modello italiano in sede europea e sbloccare immediatamente i proventi delle aste ETS per restituirli all’industria sotto forma di incentivi all’innovazione.

«Siamo ben lieti di camminare verso il net zero», ha concluso Stefano Messina. «Ma questo percorso va accompagnato. Se dobbiamo pagare per inquinare, pretenderemo che quelle risorse tornino al settore per accelerare la ricerca e lo sviluppo. Solo così la transizione ecologica sarà reale e sostenibile, senza distruggere la competitività della nostra economia».