• 2 Marzo 2024 00:58

Tassa sul lusso, protestano gli “indignados della nautica”

La reazione del popolo dei diportisti

 

Hanno scelto l’immagine di una barca che naufraga. E anche se è difficile pensarli in piazza a gridare slogan radicali si sono identificati come “indignados della nautica”. Protestano, si lamentano, cercano di organizzarsi. È il gruppo Facebook nato per protestare contro la tassa sul lusso: contro la stangata sullo stazionamento delle barche da diporto che si profila dal pacchetto economico del governo Monti.

Più di 2.100 membri in crescita esponenziale e un concetto ripetuto in più interventi: “barca non vuol dire evasore”. “Sono un dipendente statale – scrive un utente – che ama il mare, possiedo una barca a vela di 11.92m da 11 anni (acquistata con grande sacrificio e ancora pago le rate). In famiglia rinunciamo a molti divertimenti per arrivare a fine mese e per poter tenere la barca(…)la tassa mi costerebbe il triplo dell’ormeggio”.

Molti i messaggi di questo tenore. E molta anche l’incertezza sulla reale portata della normativa futura. C’è chi vuole scendere davvero in piazza e chi, invece, parla di affidarsi ad apposite agenzie europee per aggirare il superbollo; chi chiede l’esenzione per coloro che usano l’unità da diporto come bene strumentale e chi suggerisce di stazionare in acque internazionali per dimostrare l’inapplicabilità della disposizione.

Di sicuro c’è la netta opposizione di Ucina, la Confindustria Nautica, che ha sottolineato come la nuova norma “costituirà un colpo di grazia per un settore che lo scorso anno ha dimezzato il proprio contributo a PIL da 6,5 a 3,2 miliardi di euro”. “Secondo le stime fornite dall’Osservatorio Nautico Nazionale – ha infatti denunciato Anton Francesco Albertoni, presidente dell’Unione – il gettito della tassa sarà pari 285 milioni di Euro e avrà un impatto violentissimo sulle regioni che detengono il maggior numero di posti barca: circa 45 milioni di euro ciascuna per Liguria e Toscana, 35 circa per Campania e Sardegna, 22 per il Friuli Venezia Giulia, 19 per il Veneto”.

Consapevole della necessità di “far fronte alla richiesta di maggior sacrifici” l’associazione di categoria ha già avanzato una serie di aggiustamenti che “pur non esonerando il mondo della nautica da un coinvolgimento attivo, vadano a renderla più equa ed efficace”. Tra questi – come chiesto da molti “indignados” – l’inserimento di un indice di vetustà (una barca perde dopo 2 anni il 30-35% del proprio valore, che diventa il 40% dopo 4 anni e il 55-60% dopo 10 anni), differenziazione tra barche a motore e a vela, esclusione per le imbarcazioni in rimessaggio. E, soprattutto, una “considerazione per le conseguenze che un provvedimento del genere potrebbe avere per le 100mila persone impiegate nel comparto”.

È proprio da qui, da chi vive la situazione non come un attentato alla propria passione o allo status symbol che emergono le considerazioni più amare: “Mi piacerebbe sapere – è solo uno dei post pubblicati – se gli operai del settore nautico che vengono licenziati da 2 anni a questa parte sono operai uguali o diversi da quelli di Termini Imerese o di Pomigliano. Questo sarebbe da domandarlo primo al ministro Monti e poi anche a chi ha governato fino a 15 giorni fa”.