• 24 Febbraio 2024 02:57

Pirateria, una flotta privata contro gli assalti

DiAntonio Scotto Pagliara

Nov 23, 2011

 I contractors sostituiranno i militari?

 

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha adottato ieri all’unanimità una risoluzione di condanna contro gli attacchi di pirateria marittima al largo delle coste della Somalia. “Questi crimini – afferma il documento – continuano a rappresentare una minaccia per la pace e la sicurezza nella regione”.

Nel sollecitare una risposta internazionale ad un fenomeno che è costato nel 2010 circa 12 miliardi di dollari, la risoluzione invita gli Stati non solo a perseguire i sospettati di reati di pirateria ma anche tutti coloro che facilitano e fiancheggiano il fenomeno. Appoggiando pienamente l’attuale sforzo internazionale per il contenimento degli assalti il Consiglio ha anche prorogato di un anno l’autorizzazione con la quale Paesi e organizzazioni regionali possono entrare nelle acque territoriali della nazione africana per le azioni operative di contrasto.

Una conferma dell’approccio multilaterale finora mantenuto – tra il Golfo di Aden, le coste Somale e l’Oceano Indiano sono attive missioni militari dell’Ue e della Nato con una decina di Paesi coinvolti – che potrebbe essere messo in crisi, da qui a pochi mesi, dall’entrata in azione della prima flotta marittima privata per la protezione di navi mercantili.

Sostenuta dagli assicuratori londinesi Jardine Loyd Thompson Group Plc, la società Convoy Escort Program Ltd agirà dal prossimo anno nel tratto di Mar Rosso più esposto ai pericoli di assalti: tre – quattro giorni di traversata, in convogli di quattro o più navi, al prezzo di circa 30 mila dollari.

La società inglese – la cui iniziativa è stata ritardata di almeno un anno dal rifiuto di molti Stati a classificare nei registri marittimi le proprie unità – utilizzerà, nella prima fase, sette motovedette, ciascuna con otto guardie armate, per un costo totale di 30 milioni di dollari; altre 11 imbarcazioni sono in costruzione per un investimento di altri 50 milioni di dollari.

Cifre ragguardevoli ma proporzionate ad un mercato potenzialmente illimitato. Le navi che incrociano le rotte infestate dai pirati sono circa 35 mila l’anno e l’uso di unità militari per coprire i circa 3 milioni di metri quadrati di oceano attualmente monitorati si sta rilevando sempre più antieconomico rispetto all’esiguità dei risultati: regole d’ingaggio poco chiare e la mancanza di una normativa ad hoc, solo per fare un esempio, hanno portato alla liberazione entro pochi giorni dei circa 1.500 pirati catturati dal contingente internazionale negli ultimi due anni.

La questione giuridica, evidenziata d’altronde anche dalla risoluzione delle Nazione Unite che chiede agli Stati di approntare una legislazione antipirateria, ha rappresentato da sempre motivo di dibattito. Se in Francia, infatti, si sta celebrando il primo processo contro i sei assalitori del veliero Carrè d’As (catturati in flagrante dai militari francesi nel 2008) resta tutta da definire la questione dei “militari a bordo”.

Recentemente il primo ministro inglese Cameron ha dato il via libera alla presenza di soldati sulle navi mercantili di Sua Maestà mentre in Italia, dopo una lunga discussione, è stata approvata ad agosto una legge che consente l’imbarco di team della Marina Militare. Mancano però i decreti attuativi, le convenzioni con i Paesi interessati e, soprattutto, la definizione delle regole d’ingaggio.

Con un risultato curioso: l’unica squadra della Marina attualmente operativa passa da una nave all’altra in mezzo ad acque internazionali.

 Giovanni Grande

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