• 23 Luglio 2024 03:42

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I marittimi tenuti in ostaggio usati come scudi umani

 

Il cambio di strategia nel contrasto alla pirateria e le misure di sicurezza, dirette e indirette, messe in campo dagli armatori non hanno attenuato la violenza degli attacchi. E non basta la presenza a bordo di personale armato per scoraggiare i moderni bucanieri: “nonostante una diminuzione del numero degli ostaggi, gli attacchi contro i marittimi sono portati con determinata ferocia”.

A sottolinearlo, in nuovo rapporto “The Human Cost of Piracy 2011”, promosso a Londra da One Earth Future e International Maritime Bureau, documento che aggiorna i dati della prima relazione sul “costo umano” della pirateria redatto nel 2010.

Un “costo”, per i marittimi e le loro famiglie, sintetizzato dalla cifra enorme, 3.863, di casi in cui i marinai sono stati bersaglio di proiettili o granate sparati dagli assaltatori.

“Sono stati 968 i lavoratori del mare che si sono trovati faccia a faccia con i pirati – spiega il rapporto – 413 quelli che sono riusciti a salvarsi nelle cittadelle (le camere stagne di protezione di cui si stanno dotando molte compagnie, ndr), spesso attendendo per ore o addirittura giorni l’arrivo delle forze navali di sicurezza”.

Per chi non è riesce a sottrarsi si apre il capitolo angosciante  della prigionia. Nel 2011 gli ostaggi in mano ai pirati somali ammontano a 1.206, di cui 555 aggrediti e sequestrati durante l’anno, 645 catturati negli anni precedenti.

“La durata media della prigionia – sottolinea il dossier – è aumentata del 50% rispetto all’anno scorso, fino ad una lunghezza media di otto mesi, tra una violenza spesso quotidiana e sistematica”.

Notevoli le perdite. Nel 2011 sono morti 35 ostaggi: otto uccisi durante le fasi iniziali di un abbordaggio, otto per malattia o malnutrizione durante il periodo di detenzione e 19 in scontri a fuoco, spesso usati come “scudi umani” durante i tentativi di salvataggio.

“Finora è stato ignorato uno studio significativo sui costi umani della pirateria – ha affermato il presidente dell’IMB, Pottengal Mukundan –, questo rapporto ha lo scopo di colmare questa lacuna e metter in evidenza le conseguenze scioccanti di questo crimine”.

A rendere più accurati i risultati della ricerca, condotta su 23 equipaggi dei 77 dirottati tra il 2010 e il 2011, i dati forniti dai Paesi aderenti alla Dichiarazione di condanna degli atti di violenza contro la gente di mare. Firmata nell’agosto 2011 a Washington la Dichiarazione impegna i principali Stati di “bandiera” (Liberia, Isole Marshall, Panama e Bahamas) a presentare relazioni all’ IMB sul trattamento dei marittimi tenuti in ostaggio.

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