• 1 Marzo 2024 18:44

Porto: alla ricerca di una governance riconosciuta.

 

Da un lato l’idea secondo cui il porto di Napoli rappresenta una potenzialità straordinaria, largamente inespressa; dall’altra il pessimismo, la delusione rispetto all’efficacia degli interventi pur necessari all’adeguamento delle attività ad una domanda in continua evoluzione.

Parte da questa “stravagante discrasia” l’indagine su “Lo sviluppo dell’economia del mare”, uno dei quattro item di ricerca presentati oggi alla Camera di Commercio e promossi dall’Unione Industriali di Napoli. Quattro indagini su temi strategici per il rilancio dell’area –  “Un progetto per Pompei e l’area vesuviana”, “L’impatto territoriale dei grandi eventi”e “Le reti d’impresa” gli altri argomenti affrontati – illustrati alla presenza di Maurizio Maddaloni, presidente dell’ente camerale, e di Paolo Graziano, al vertice dell’associazione degli industriali.

A spiegare i temi legati alle filiere industriali dell’economia del mare, il responsabile per il settore, Pasquale Legora De Feo, che ha individuato nell’ottimizzazione delle potenzialità infrastrutturali offerte dal Paese una delle risposte al mutevole quadro di riferimento internazionale.

Il traffico commerciale legato al segmento “container”, per Legora De Feo, “cerca di resistere con estrema difficoltà all’impatto violento che questa crisi continua ad imprimere”. “E’ evidente – sottolinea – che se ad una crisi corrisponde, inevitabilmente, una rivisitazione dei costi, è pur vero che importanti sono anche argomenti come la competitività infrastrutturale del nodo logistico portuale”.

Questioni che a Napoli sono legate, innanzitutto, alle operazioni di dragaggio, al “dialogo inteso e sinergico tra porto di Napoli, porti minori e interporti campani”, alla messa “a sistema” dei nodi logistici, con la risoluzione definitiva dei problemi legati ai collegamenti ferroviarie stradali.

“La necessità – esorta Legora De Feo – è di instaurare immediatamente un dialogo serrato tra tutti gli attori pubblici e privati”. Un’alleanza per il “bene comune” che miri a “catturare correnti di traffico, che grazie alla baricentricità del nostro porto e della regione Campania, potrebbero naturalmente essere concretizzate”.

Essenziale, a questo fine, il mutamento della percezione di “stallo”, della sfiducia verso un approdo positivo del “grande progetto” del porto, che gli operatori vivono attualmente. Ciò che emerge più chiaramente dalla ricerca – “non  giustificato né dall’andamento dei mercati, né da incapacità progettuali, e neppure dai soli ostacoli all’implementazione delle soluzioni proposte (che pure, evidentemente, esistono)” – è, infatti, l’idea di una carenza di governance, “sia riguardo all’esigenza dell’accompagnamento a buon fine di trasformazioni di grande rilievo; sia riguardo alla messa in campo, con il coinvolgimento degli operatori, di processi quotidiani di sistemazione, adeguamento, e mobilitazione produttiva ed occupazionale delle energie attuali e potenziali presenti in loco”.

“Il Porto di Napoli – evidenzia il rapporto – è un landlord port, un porto “proprietario”, regolatore che, con l’Autorità portuale, potrebbe aspirare ad una funzione di effettivo direttore d’orchestra delle numerose attività che vi si svolgono, aggredendo le criticità strutturali secondo le linee del già citato Grande Progetto di investimenti pubblici e privati, approvato dall’Ue, che è ormai in via di completamento e d’iniziale attuazione”.

Un processo che richiede “messa a fuoco di una visione condivisa” e combinazione, in fase di discussione, dei “tre modelli” di porto presenti a Napoli: il porto come “macchina”, come waterfront, come nodo intermodale.

“Se si esamina l’attività portuale dal primo punto di vista, l’accento cade sull’ottimizzazione dei processi organizzativi dei terminal, sui processi di handling, gestione, controllo doganale, autorizzazione amministrativa, adeguamento delle infrastrutture, riparazioni navali. Se, invece, si osserva la realtà portuale napoletana dal punto di vista del waterfront, come incontro tra città e mare, allora si accede ad un diverso impiego di infrastrutture e spazi, alla creazione di un villaggio vetrina all’interno del porto: un “luogo esperienziale”, anche collegato al traffico crocieristico. Se, infine, si osserva il Porto di Napoli come nodo intermodale, esso ci appare come inserito in una rete che comprende le infrastrutture logistiche campane ed i principali “corridoi” commerciali nazionali ed europei”.

Un intrecciarsi di temi, dunque. Di problematiche, differenti punti di vista, scelte strategiche in cui “all’agire razionale privato dei diversi operatori deve corrispondere un comportamento delle Autorità pubbliche, fondato certo sul diritto e sulla politica, ma anche e soprattutto sulla convenienza economica collettiva”.