George Ninikas di ORTEC spiega perché la resilienza è diventata l’asset fondamentale per proteggere il prodotto e il mercato
Per decenni, la strategia della supply chain nel settore ittico è stata definita da un unico obiettivo primario: l’efficienza. Fisheries, trasformatori, importatori e distributori hanno investito massicciamente in tecnologie di ottimizzazione per ridurre i costi di trasporto refrigerato e massimizzare l’utilizzo degli asset. Tuttavia, gli ultimi anni hanno messo in discussione l’idea che una catena del freddo più ottimizzata sia automaticamente più competitiva.
Oggi, le catene di approvvigionamento operano in un ambiente definito dalla volatilità, ma anche da strette aspettative di freschezza e tracciabilità. Data la natura deperibile del prodotto, per gli operatori del settore ittico la resilienza non è più solo una questione competitiva, ma un imperativo per la sicurezza alimentare. Le aspettative dei clienti continuano a stringersi mentre la volatilità aumenta, lasciando poco spazio per assorbire le interruzioni.
A questo si aggiungono le tensioni geopolitiche, gli eventi meteorologici estremi e le mutevoli normative commerciali che hanno introdotto nuovi livelli di incertezza. Secondo dati recenti citati da George Ninikas, i costi della logistica aziendale negli Stati Uniti hanno raggiunto circa 2,6 trilioni di dollari, pari all’8,7% del PIL nazionale. In questo scenario, fare affidamento esclusivamente sulla riduzione dei chilometri o dei tempi di sosta può rendere le operazioni pericolosamente fragili.
I modelli tradizionali di ottimizzazione sono stati sviluppati in un periodo di relativa stabilità, ma l’ambiente operativo odierno è molto meno prevedibile. Le ricerche mostrano che le interruzioni della supply chain sono diventate più frequenti e costose, con perdite potenziali tra il 5% e il 10% del fatturato annuo. Quando si verificano interruzioni, le aziende spesso rispondono con aggiustamenti rapidi che però erodono i guadagni di efficienza previsti inizialmente.
Uno dei problemi principali è la disconnessione tra il design strategico della rete e l’esecuzione operativa. Spesso i piani che appaiono efficienti sulla carta non reggono quando i modelli d’ordine dei clienti cambiano o la disponibilità di manodopera diminuisce. Per colmare questo gap è necessaria una visione d’insieme, trattando la supply chain come un ecosistema connesso in cui le decisioni in un’area influenzano significativamente le prestazioni in un’altra.
L’adattabilità è diventata un requisito fondamentale per ogni organizzazione, dai pescatori ai distributori. Molte aziende del settore stanno ridisegnando le proprie reti integrando la flessibilità attraverso la diversificazione dell’approvvigionamento e investimenti in tecnologie che consentano processi decisionali più rapidi. La resilienza è supportata da strumenti di modellazione degli scenari che permettono di testare la tenuta della rete di fronte alla variabilità stagionale o agli shock del commercio globale.
Se i decenni passati hanno enfatizzato l’efficienza sopra ogni cosa, il prossimo decennio darà priorità alla resilienza. L’intelligenza artificiale sta permettendo alle organizzazioni di passare da un’analisi reattiva a interventi predittivi, identificando i punti deboli della rete prima che le prestazioni peggiorino. Il risultato è un ecosistema decisionale sincronizzato dove strategia ed esecuzione si rafforzano a vicenda.
In questo modello, la resilienza non è una capacità reattiva, ma un vantaggio integrato. La domanda cruciale per i leader del settore non è più se la loro rete sia ottimizzata, ma se sia capace di proteggere l’integrità del prodotto quando le condizioni del mercato o del clima cambiano senza preavviso.
L’analisi è stata curata da George Ninikas, Senior Vice President di ORTEC, realtà leader nello sviluppo di soluzioni avanzate per l’ottimizzazione e l’analisi dei dati.
