Il fermento degli stakeholder si trasforma in proposte concrete. Da Taranto ad Augusta, il cluster marittimo chiede un confronto serrato per governare la crescita e tutelare la competitività dei singoli scali.
Il settore marittimo-portuale italiano sta vivendo una fase di “fervore costruttivo”. La proposta di riforma della governance portuale ha attivato un laboratorio di idee permanente che vede istituzioni, accademici e operatori privati impegnati nel delineare il futuro della logistica nazionale. Non si tratta di una semplice attesa normativa, ma di una mobilitazione volta a garantire che il nuovo disegno di legge intercetti le reali necessità operative e le peculiarità dei territori.
Nel recente convegno svoltosi presso la Camera di Commercio di Brindisi-Taranto, il viceministro alle Infrastrutture e Trasporti, Edoardo Rixi, ha confermato l’apertura del Governo annunciando la creazione di un tavolo di confronto permanente con gli stakeholder. Il cuore del dibattito pugliese è stata la presentazione della “Carta di Taranto”, un documento in otto punti che punta a trasformare i porti da semplici banchine a veri e propri hub governati da competenze manageriali.
I pilastri emersi evidenziano la necessità di:
-
Digitalizzazione totale dei processi con piattaforme interoperabili.
-
Autonomia finanziaria delle Autorità di Sistema, per competere con i grandi hub del Mediterraneo attraverso modelli societari più snelli (S.p.A.).
-
Integrazione della supply chain, leggendo approvvigionamento e distribuzione come un unico processo strategico.
In questo contesto, la logistica viene riconosciuta come il motore trainante dell’economia nazionale, con un valore di 114 miliardi di euro e un import-export che sfiora i 700 miliardi, di cui l’80% transita proprio attraverso i porti.
Spostandosi verso Sud, il porto di Augusta è diventato il portavoce delle preoccupazioni e delle speranze dei territori insulari. L’incontro promosso da Assoporti Augusta ha messo in luce l’esigenza di un “approfondimento serio e condiviso”, chiedendo che la rapidità decisionale non sacrifichi la qualità del confronto.
La critica costruttiva mossa dagli operatori siciliani riguarda il rischio di un eccessivo accentramento nazionale che potrebbe limitare l’autonomia e la concorrenza tra i porti, principi cardine della legge 84/94. La Sicilia, con la sua centralità nel Mediterraneo, si propone come un “laboratorio di proposta” capace di offrire competenze ed esperienza diretta nel processo decisionale parlamentare.
Il comune denominatore che lega queste iniziative è la richiesta impellente di nuove forme di finanziamento, come il partenariato pubblico-privato (PPP), per colmare il fabbisogno infrastrutturale strategico. La riforma è vista come l’occasione irripetibile per dotare il Paese di una strategia logistica unitaria, dove nodi strategici come Taranto e i sistemi portuali siciliani possano esprimere il loro pieno potenziale attraverso collegamenti funzionali adeguati. Il messaggio che arriva dal cluster marittimo è chiaro: la riforma portuale sarà efficace solo se saprà coniugare la visione d’insieme nazionale con le istanze operative locali, trasformando le “vulnerabilità apparenti” in certezze per gli investitori e per l’intero sistema Paese.
Mario Esposito
