L’allarme del Presidente Cuccaro: tra costi energetici proibitivi e flotte obsolete, il progetto green da 25 milioni rischia di diventare una cattedrale nel deserto.
Napoli – Il porto di Napoli si trova davanti a un bivio tecnologico ed economico che rischia di trasformare una grande opportunità di transizione ecologica in un paradosso infrastrutturale. Le recenti dichiarazioni di Eliseo Cuccaro, Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale, rilasciate ai microfoni di Report, hanno squarciato il velo di ottimismo che circonda il PNRR. Al centro del dibattito c’è il cold ironing, ovvero l’elettrificazione delle banchine che permetterebbe alle navi di spegnere i motori diesel durante la sosta, eliminando le emissioni di fumi neri a ridosso del centro abitato.
L’infrastruttura è in fase di completamento, finanziata con circa 25 milioni di euro, ma la preoccupazione dei vertici portuali è che le colonnine elettriche restino inutilizzate. Il problema non è la tecnologia, ma la sostenibilità economica e logistica dell’operazione. Da un lato, il costo dell’energia elettrica sulla rete nazionale è attualmente molto superiore a quello del gasolio marino, che gode di storiche esenzioni fiscali. Senza un intervento governativo che abbassi le accise o incentivi l’uso della corrente, per un armatore risulta più conveniente continuare a bruciare combustibile fossile anche in porto.
A questo si aggiunge un nodo tecnico non indifferente: la flotta mondiale non è ancora pronta. Sebbene le nuove navi da crociera siano progettate per la connessione elettrica, gran parte dei traghetti e delle navi cargo necessitano di pesanti e costosi lavori di adeguamento. In assenza di un obbligo normativo stringente o di contributi per il refitting, il rischio è che il porto di Napoli si trovi dotato di prese elettriche all’avanguardia senza navi capaci di “agganciarsi”.
Guardando al resto d’Italia, la situazione è a macchia di ghepardo. Dei 700 milioni stanziati per 34 scali nazionali, solo pochi poli come Genova e Livorno hanno già sezioni operative. Nel Nord Europa, la Norvegia e la Germania hanno già tracciato la strada, ma grazie a mix energetici differenti. In Italia, la sfida del 2026 è quella di non trasformare i porti in una collezione di grandi opere incompiute o, peggio, funzionanti ma deserte, in attesa che il mercato colmi il divario di convenienza tra il vecchio petrolio e la nuova energia pulita.
