Il governo punta sulla regia unica di “Porti d’Italia” per sfidare l’Europa, ma il testo è fermo alla Ragioneria. Tensioni su risorse e autonomia dei territori.
Roma – Un colosso pubblico per governare il mare, una “Porti d’Italia Spa” chiamata a disegnare il futuro della logistica nazionale, superando decenni di frammentazione. È questa l’ambizione del disegno di legge sulla riforma portuale che agita i palazzi della politica e i moli di tutta la Penisola. Ma, nonostante il via libera del Consiglio dei Ministri risalga allo scorso dicembre, il motore della riforma sembra essersi ingolfato prima ancora di partire: il testo è attualmente fermo alla Ragioneria dello Stato, in attesa di quel “bollino” contabile che tarda ad arrivare.
Il cuore della contesa è, come spesso accade, economico. Per far nascere la nuova società, partecipata dal MEF e vigilata dal Ministero delle Infrastrutture, servirebbero almeno 500 milioni di euro come capitale iniziale. Fondi che, al momento, non appaiono in bilancio. L’ipotesi di attingere ai canoni di concessione e alle tasse portuali – risorse che oggi alimentano le 16 Autorità di Sistema Portuale (AdSP) – ha sollevato un polverone tra gli operatori, timorosi che il rafforzamento della regia centrale avvenga svuotando le casse dei territori.
La nuova architettura istituzionale prevede infatti una convivenza delicata: da un lato la Spa nazionale, responsabile delle grandi opere strategiche e della promozione internazionale; dall’altro le Autorità locali, declassate a una gestione più operativa e ordinaria. Un dualismo che non convince tutti. Se da una parte Confetra, per voce del presidente Carlo De Ruvo, riconosce la necessità di un coordinamento forte ma chiede garanzie sulla qualità dei servizi e una “Carta dei servizi” vincolante, dall’altra il fronte del “no” è agguerrito.
Le critiche più dure arrivano dai sindacati e da alcune realtà locali storiche. La Filt Cgil di Trieste, ad esempio, bolla la riforma come un “passo indietro” capace di minare l’autonomia di scali che hanno saputo correre da soli in questi anni. Anche all’interno della maggioranza si registrano i primi scricchiolii: diversi parlamentari di Fratelli d’Italia hanno già fatto sapere che il testo dovrà essere profondamente emendato durante l’iter parlamentare per non penalizzare le eccellenze locali.
La sfida per il governo è ora quella di evitare che il progetto affondi nelle secche della burocrazia o delle proteste di categoria. L’obiettivo dichiarato resta quello di rendere l’Italia il vero hub logistico del Mediterraneo, ma la strada per trasformare i porti in un sistema unico e competitivo appare ancora lunga e disseminata di ostacoli finanziari e politici. I prossimi mesi di audizioni e dibattito in aula saranno decisivi per capire se “Porti d’Italia Spa” riuscirà finalmente a prendere il largo.

Focus: Efficienza, governance e Carta dei Servizi.
Confetra: “Sì alla regia nazionale, ma servono garanzie su standard di servizio e risorse”
In merito all’attuale dibattito sulla creazione di “Porti d’Italia Spa”, Confetra (Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica) ribadisce la necessità di superare l’attuale frammentazione del sistema portuale italiano per competere nello scenario globale.
“Una governance centrale forte è una precondizione per lo sviluppo,” dichiara il Presidente Carlo De Ruvo, “tuttavia, il coordinamento non deve trasformarsi in un rallentamento burocratico. Chiediamo che la riforma integri l’obbligo di una ‘Carta dei Servizi’ per ogni Autorità di Sistema: le imprese hanno bisogno di performance misurabili, digitalizzazione e tempi certi.”
Confetra esprime inoltre preoccupazione per le coperture finanziarie: il finanziamento del nuovo ente non deve drenare risorse vitali destinate alla manutenzione e all’operatività dei singoli scali. Il dialogo con il Ministero resta aperto per migliorare un testo che riteniamo strategico, purché metta al centro l’efficienza logistica e la voce degli operatori.
