Fumata nera al tavolo ministeriale sui diciassettecento esuberi e la chiusura di Cerreto d’Esi, l’Unione Sindacale di Base lancia la provocazione e chiede la nazionalizzazione del gruppo.
Roma – Si è chiuso con una netta spaccatura il tavolo ministeriale su Electrolux convocato oggi presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy alla presenza del Ministro Adolfo Urso, dei rappresentanti delle Regioni, dei vertici aziendali e delle organizzazioni sindacali. Al centro del confronto, il piano industriale presentato dalla multinazionale, che prevede 1.700 esuberi, la sostanziale chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, il taglio della capacità produttiva italiana e la riorganizzazione dei settori staff, ricerca e sviluppo. Una proposta che ha incassato il netto rifiuto di tutte le parti sociali e istituzionali.
Durissimo il giudizio espresso dall’Unione Sindacale di Base, che ha definito il piano aziendale inaccettabile e irricevibile, contestando la scelta di scaricare sui dipendenti e sui territori il peso di una strategia basata esclusivamente su tagli lineari e riduzioni dei costi. Davanti alle richieste della multinazionale in materia di sgravi energetici e flessibilità sull’organizzazione del lavoro, l’USB ha risposto con una controrichiesta radicale, invocando la nazionalizzazione del gruppo per sottrarre gli stabilimenti italiani a una gestione considerata priva di visione industriale e orientata solo al disimpegno nel Paese.
Dal vertice è emerso comunque un asse inedito tra la parte pubblica e i rappresentanti dei lavoratori. Il MIMIT e le Regioni hanno infatti condiviso la richiesta di ritiro immediato del piano presentata dai sindacati. Per l’USB si tratta di un segnale positivo, che tuttavia non basta se non si traduce in azioni concrete per impedire i licenziamenti collettivi e mantenere il sito marchigiano all’interno del perimetro produttivo. Le prime avvisaglie della crisi risalivano già al tavolo del 5 giugno 2025, quando l’organizzazione sindacale aveva espresso forti preoccupazioni sulla gestione della transizione energetica, rimasta secondo il sindacato priva di una cabina di regia pubblica e di vincoli stringenti per le multinazionali.
La vertenza del colosso svedese riaccende così i riflettori sulla crisi strutturale che sta colpendo l’intero comparto dell’elettrodomestico in Italia, un settore strategico che vede in sofferenza anche marchi storici come Whirlpool/Beko, Haier/Candy ed Elica. Per sventare il rischio che la penisola si trasformi in un semplice mercato di sbocco per merci prodotte all’estero, il sindacato ha sollecitato il Governo ad abbandonare il ruolo di spettatore e a varare un piano industriale straordinario per la filiera del bianco, subordinando lo stanziamento di risorse pubbliche al mantenimento dei livelli occupazionali, degli investimenti in ricerca e della capacità produttiva nazionale.
