Nel 2025 i cittadini stranieri hanno spedito a casa 8,6 miliardi di euro soprattutto da Roma e Milano mentre crolla il flusso verso la Cina.
I risparmi spediti a casa dagli immigrati residenti in Italia muovono un’economia parallela che supera persino gli sforzi dello Stato per gli aiuti internazionali. Nel 2025, il volume delle rimesse ufficiali ha raggiunto quota 8,6 miliardi di euro, una cifra che scavalca nettamente i circa 6 miliardi stanziati dall’Italia per la cooperazione allo sviluppo. Secondo i dati della Banca d’Italia elaborati dalla Fondazione Leone Moressa, a questo fiume di denaro tracciato va però sommato un flusso “invisibile”. Utilizzando i modelli statistici di via Nazionale per stimare i canali informali, emerge un sommerso compreso tra il 15% e il 45%, che farebbe lievitare l’impatto reale delle rimesse a una cifra complessiva oscillante tra i 9,9 e i 12,5 miliardi di euro.
Il quadro attuale scatta la fotografia di una stabilizzazione dopo gli scossoni degli ultimi quindici anni. Archiviato il picco storico del 2011, i flussi avevano registrato una flessione costante fino al 2017, per poi invertire la rotta e risalire fino al 2021. Da quel momento, pur a fronte di un lieve aumento dei valori nominali che l’inflazione tenderebbe a ridimensionare, il dato reale si è stabilizzato nell’ultimo triennio, consolidandosi proprio sugli 8,6 miliardi registrati nel corso del 2025.
La geografia di questi invii vede un netto dominio del Bangladesh, verso cui viaggia quasi un quinto dell’intero tesoretto nazionale. Nel 2025 la comunità bangladese ha spedito in patria 1,7 miliardi di euro (il 19,6% del totale), staccando nettamente India e Marocco, che si attestano entrambi poco sotto la soglia dei 600 milioni. Se i primi due Paesi asiatici mostrano trend in forte crescita nell’ultimo decennio, altre comunità storiche come Filippine, Pakistan e Romania stanno invece segnando il passo.
L’andamento dei flussi rivela dinamiche geopolitiche e migratorie profondamente diverse, con veri e propri casi scuola. È il caso della Georgia: con appena 30 mila residenti in Italia, nell’ultimo decennio ha visto moltiplicare per cinque il valore del denaro inviato a casa. All’estremo opposto si colloca la Cina, protagonista di un crollo verticale che fotografa il mutamento dei canali finanziari e della stessa presenza cinese in Italia: se nel biennio 2011-2012 da qui partivano oltre 3 miliardi di euro all’anno verso Pechino, nel 2025 la cifra si è polverizzata, fermandosi ad appena 4 milioni di euro. Nell’ultimo anno, segni meno si registrano anche per Romania, Senegal e Nigeria, mentre si muove in controtendenza il Perù.
Calcolatrice alla mano, la media nazionale dice che ogni cittadino straniero residente in Italia invia in patria circa 134 euro al mese. Si tratta però di una media che nasconde profonde differenze culturali e di progetto migratorio tra le prime venti comunità del Paese. I lavoratori del Bangladesh sono i più generosi, o i più legati al sostentamento delle famiglie d’origine, con un invio pro-capite record di 658 euro mensili. Sopra la media anche le Filippine, con oltre 300 euro a testa. Al contrario, mostrano un legame economico meno marcato con la madrepatria i cittadini dell’Est Europa (Ucraina, Moldavia, Romania) e del Nord Africa (Marocco, Tunisia, Egitto), i cui valori pro-capite rimangono nettamente inferiori alla media nazionale.
La mappa della solidarietà familiare ricalca anche le aree di maggiore inserimento lavorativo e ricchezza del territorio italiano. Oltre un quinto delle rimesse totali parte dalle banchine della Lombardia (1,9 miliardi), seguita a ruota dal Lazio con 1,4 miliardi e dall’Emilia-Romagna con poco più di 800 milioni. A livello cittadino, la concentrazione è ancora più evidente: da sole, Roma (che sfiora gli 1,2 miliardi) e Milano (944 milioni) drenano un quarto di tutti i flussi italiani. Più staccate, ma comunque rilevanti, si posizionano Napoli con 489 milioni e Torino con 263 milioni di euro.
Questi miliardi, come evidenziano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa, non sono semplice risparmio, ma rappresentano un ammortizzatore sociale globale. Si confermano infatti uno strumento fondamentale di welfare per milioni di famiglie nei paesi in via di sviluppo, andando a coprire direttamente i bisogni primari e le spese straordinarie quotidiane, come quelle legate alla salute e all’istruzione dei figli rimasti in patria.
