• 18 Luglio 2026 10:12

Seareporter.it

Quotidiano specializzato in politica dei trasporti marittimi

La foca monaca torna a cacciare nella riserva integrale di Punta Campanella

Il monitoraggio con DNA ambientale e l’effetto riserva confermano il successo di trent’anni di tutele biologiche nel Tirreno.

Napoli – Un evento eccezionale ha riacceso i riflettori sull’efficacia dei regimi di tutela ambientale marittima: un esemplare di foca monaca (Monachus monachus) è stato documentato durante un’attività di caccia all’interno della Zona A di riserva integrale dell’Area Marina Protetta (AMP) Punta Campanella, a Massa Lubrense. L’avvistamento è stato registrato dai subacquei del Centro Subacqueo Torre del Greco al rientro da un’immersione autorizzata.

L’importanza del documento visivo non risiede soltanto nella rarità della specie – uno dei mammiferi più minacciati al mondo –, ma nel contesto ecologico in cui si è svolto l’evento. La Zona A dell’AMP Punta Campanella rappresenta un ecosistema sottratto a qualsiasi forma di prelievo e antropizzazione (fatta eccezione per il monitoraggio scientifico e le attività subacquee regolamentate). L’assenza di pressione ittica commerciale e sportiva ha innescato nel tempo un marcato effetto riserva (reserve effect), caratterizzato dall’aumento della biomassa e della diversità specifica, creando una fitta rete trofica che offre abbondanza di prede ideali per i grandi predatori.

Negli ultimi 14 mesi, la Zona Speciale di Conservazione (ZSC) che unisce la penisola sorrentina, la costiera amalfitana e l’isola di Capri ha registrato un totale di 24 avvistamenti della specie.

Un incremento di passaggi che certifica un trend di ricolonizzazione in un quadrante tirrenico da cui la specie mancava da quasi un secolo. Il monitoraggio scientifico è attualmente condotto dall’ente gestore dell’AMP in stretta collaborazione con l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). I protocolli di ricerca combinano tecniche di rilevamento tradizionali e tecnologie avanzate, come l’impiego di fototrappole posizionate in grotte semi-sommerse e l’analisi del DNA ambientale (eDNA), quest’ultima fondamentale per tracciare la presenza genetica del mammifero nei campioni d’acqua anche in assenza di contatto visivo.

Il commento di Pierluigi Capone, Direttore dell’AMP Punta Campanella, inquadra i risultati di questo percorso: «Un video bellissimo e significativo, perché dimostra l’importanza di proteggere in modo integrale alcune zone. Dopo quasi 30 anni di politiche di conservazione nell’Area Marina Protetta Punta Campanella la biodiversità cresce, offrendo a specie come la foca monaca, ritornate dopo quasi un secolo di assenza, un sito ricco di prede dove poter cacciare senza il disturbo delle attività umane».

Dal punto di vista prettamente biologico, l’episodio evidenzia come le aree marine a protezione integrale non operino semplicemente come “musei naturali” statici, ma come veri e propri motori biologici attivi. La presenza stabile o frequente di un super-predatore come la foca monaca indica che i livelli trofici inferiori (pesci costieri, cefalopodi) sono in perfetto equilibrio e presentano volumi in grado di sostenere la domanda energetica di un mammifero marino di grandi dimensioni. Il caso di Punta Campanella si offre così come modello di studio per la resilienza degli ecosistemi mediterranei sottoposti a rigorosa tutela legale.