Il doloroso addio all’Italia dell’ultimo piroscafo commerciale. Una storia di passione familiare, ingegneria d’altri tempi e un’identità marittima che rischia di svanire.
Quando pensiamo ai grandi monumenti che custodiscono la memoria di una nazione, la nostra mente corre subito a maestose strutture di marmo, a reperti archeologici sotterranei o ad antichi manoscritti preservati nelle biblioteche. Esiste, tuttavia, un patrimonio storico altrettanto prezioso ma incredibilmente dinamico: quello dell’archeologia industriale marittima. Si tratta di cattedrali galleggianti fatte di ferro chiodato, carbone e ingranaggi capaci di sfidare il tempo.
Oggi vi racconteremo la storia di una di queste cattedrali: il piro-rimorchiatore “Pietro Micca”.
Considerato la più antica nave commerciale italiana a vapore ancora in classe, questo scafo sta per compiere il suo ultimo, malinconico viaggio fuori dalle acque territoriali italiane, destinato a diventare uno dei pezzi più prestigiosi del Museo Navale di Istanbul. Ma per capire appieno cosa stiamo perdendo, dobbiamo riavvolgere il nastro del tempo di oltre centotrent’anni.
Dalle nebbie inglesi al sole di Napoli: la nascita di un mito
La nostra storia inizia precisamente il 4 settembre 1895 nei cantieri James P. Rennoldson & Sons di South Shields, Newcastle, sulle rive del fiume Tyne, in Inghilterra. È qui che viene varato con il nome di “Dilwara”, un rimorchiatore d’alto mare concepito secondo i massimi standard tecnologici della seconda rivoluzione industriale.
Sotto il profilo strettamente ingegneristico, il Pietro Micca rappresenta un vero e proprio gioiello di meccanica navale classica. Ecco la sua carta d’identità tecnica:
Dimensioni: Lunghezza fuori tutto di 31,10 metri, larghezza massima di 6,40 metri e un’immersione di 4 metri.
Dislocamento: 330 tonnellate.
Apparato propulsivo: Una macchina alternativa a vapore a triplice espansione verticale da 500 cavalli vapore, capace di lavorare a un regime di 85 giri al minuto.
Evoluzione tecnica: Nel 1953, l’originaria alimentazione esclusivamente a carbone è stata integrata con l’aggiunta di quattro bruciatori a olio pesante (BTZ), l’unica vera variante strutturale subita dal mezzo dall’anno del suo varo.
Nel 1905, il “Dilwara” abbandona i mari del Nord. Doppia lo Stretto di Gibilterra sotto il comando del capitano Bertacca di Viareggio e getta le ancore nel porto che diventerà la sua vera casa: Napoli.
Registrato al Compartimento Marittimo partenopeo con il numero 33 sotto il nome di “Pietro Micca”, il piroscafo inizia una lunghissima carriera: attraversa due guerre mondiali, partecipa alla movimentazione di materiali per la costruzione dei grandi porti tirrenici e, nel secondo dopoguerra, presta persino servizio per la flotta statunitense dislocata nel Golfo di Napoli.
La dinastia Spinelli: tre generazioni sul filo dell’acqua
La storia del ferro, però, non sarebbe nulla senza la storia degli uomini. Ed è a questo punto che il destino del Pietro Micca si intreccia indissolubilmente con quello di una storica famiglia di marittimi di Monte di Procida: gli Spinelli.
Per questa famiglia, il rimorchiatore non è mai stato un semplice strumento di lavoro, bensì una vera e propria casa galleggiante. Il primo a salire a bordo è il capostipite, Antonio Spinelli, come marinaio. Su quelle stesse tavole cresce il figlio, Benito Spinelli, che a soli vent’anni prende la patente e assume il ruolo fondamentale di Direttore di Macchina, spendendo l’intera sua esistenza a curare il battito del cuore a vapore della nave.
Tre generazioni di sacrifici, sogni e fatiche consumati a bordo, fino alla metà degli anni novanta. Nel 1996, infatti, l’era commerciale dei piroscafi è ormai tramontata e il Pietro Micca sembra inesorabilmente condannato alla demolizione sotto i colpi della fiamma ossidrica.
Il miracolo di Gianluca
Fu un ragazzo di appena vent’anni, Gianluca Spinelli (figlio di Benito), a rifiutare quel finale già scritto. Intuendo il valore storico inestimabile del mezzo, pubblicò un accorato appello sulla rivista specializzata “Yacht Digest” per cercare acquirenti sensibili. Pochi giorni dopo la pubblicazione, l’11 febbraio 1996, la vita di Gianluca venne tragicamente spezzata in un incidente stradale.
Quel dolore immenso si trasformò, per il padre Benito e per l’intera comunità, in un mandato morale. L’appello lanciato da Gianluca fu raccolto dall’armatore e appassionato Pier Paolo Giua, il quale acquistò l’imbarcazione e fondò l’Associazione Amici delle Navi a Vapore Gianluca Spinelli. Grazie a oltre 30.000 ore di meticoloso lavoro di restauro tecnico svolto da Giua e dallo stesso Benito Spinelli presso i cantieri TecnoMar di Fiumicino, il Pietro Micca ottenne nuovamente la massima classe dal Registro Navale Italiano (100 A1 per scafo e macchina), tornando a navigare come eccezionale ambasciatore culturale e scientifico (collaborando persino con la Goletta Verde di Legambiente).
L’ultima rotta: il cerchio si chiude (forse) sul Bosforo
Oggi, nel 2026**, a trent’anni esatti da quel drammatico e profetico 1996, il destino della nave sembra chiudere un cerchio perfetto e struggente. Proprio nell’anno e nel giorno in cui Gianluca Spinelli avrebbe compiuto cinquant’anni (essendo nato nel 1976), il Pietro Micca si appresta a lasciare definitivamente l’Italia.
La nave è stata acquistata per entrare a far parte della prestigiosa collezione permanente del polo museale navale di Istanbul, sulle rive del Bosforo. Se da un lato vi è la certezza scientifica che in Turchia l’unità riceverà la massima protezione, la manutenzione e la valorizzazione che merita un pezzo unico di storia mondiale, dall’altro non possiamo esimerci da una profonda e severa riflessione giornalistica.
Com’è possibile che l’Italia – un Paese che possiede quasi 8.000 chilometri di coste e una tradizione marinara che ha letteralmente plasmato la civiltà occidentale – non sia riuscita a trovare uno spazio, un ormeggio o un finanziamento pubblico per trattenere nei propri porti un simile monumento galleggiante?
L’importanza delle radici
Il problema del nostro tempo non è la mancanza di tecnologia, della quale siamo spettatori e fruitori quotidiani nei nostri scali commerciali sempre più automatizzati; il vero rischio è la perdita delle radici culturali. Quando una comunità marittima smette di custodire fisicamente i simboli della propria evoluzione tecnica e umana, smette lentamente di riconoscere sé stessa e la propria identità.
Il Pietro Micca continuerà a vivere, a sbuffare fumo e a far girare le sue bielle millimetriche sotto gli occhi di visitatori provenienti da tutto il mondo. Ma mentre la sua sagoma inconfondibile si allontana all’orizzonte, il lungo e profondo fischio della sua sirena a vapore suona come un severo monito per tutti noi: un popolo che dimentica la propria storia e le fatiche dei propri marinai rischia di perdere irrimediabilmente la rotta del proprio futuro.
