Salerno, il ruolo della portualità per la ripresa economica

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Burocrazia, programmazione, riforma:  le sfide future degli scali italiani

Per le operazioni di ordinaria amministrazione la dotazione per tutti i porti della penisola ammonta a circa 90 milioni. Una cifra inadeguata alle esigenze sul cui accaparramento è in atto una vera e propria guerra tra “lobby e vari gruppi di pressione economico-politici”. Squarcia il velo sulla situazione degli scali italiani il vice ministro alle Infrastrutture e Trasporti Vincenzo De Luca. Il palcoscenico, a Salerno, è il convegno organizzato dalla Filt Cgil Campania “Il ruolo della portualità”, appuntamento in cui si è discusso delle criticità di un settore che, pur con risultati non disprezzabili in questi anni di crisi, è chiamato ad affrontare in modo definitivo i suoi nodi. “Manca una reale capacità di programmazione – ha denunciato De Luca – gli altri Paesi sono già usciti dalla crisi: galoppano. Da noi, invece, ci vogliono tre anni per effettuare un escavo, la questione dell’ultimo miglio, a causa di troppi intoppi burocratici, si sta trasformando in un calvario”.

Debolezza infrastrutturale, eccessiva burocrazia, incertezza normativa e di programmazione, i temi affidati alla relazione del segretario generale Filt Cgil di Salerno, Amedeo D’Alessio. Il quadro è problematico: “il contesto economico, caratterizzato da vincoli di bilancio e scarse risorse, non consente più interventi a pioggia”, ha spiegato D’Alessio. “Il gap competitivo dei porti è si frutto dell’insufficiente dotazione infrastrutturale degli scali e, in certi casi, della mancanza di spazi adeguati ma è anche il risultato della scarsa integrazione con un sistema di infrastrutture ancora troppo inadeguato e che fa dell’Italia la cenerentola d’Europa”. Da qui, la necessità di un riequilibrio modale (lo sbilanciamento a favore del trasporto merci su gomma provoca uno svantaggio per le imprese italiane di circa 12 miliardi) e, per la Campania, di un piano della logistica incentrato su tutta la portualità regionale. Con alcune priorità: il collegamento via ferro tra il porto di Napoli e l’interporto di Nola/Marcianise, “al momento inadeguato, con costi eccessivi e tempi di percorrenza rilevanti” e un intervento urgente per lo scalo merci di Marcianise, “uno dei più grandi d’Europa, costato circa 2000 miliardi delle vecchie lire, e oggi praticamente inutilizzato”. Fondamentale anche un riassetto della riforma 84/94. Con un no alla “logica degli aggiustamenti” e un riassetto radicale dell’attuale modello delle Autorità portuali che passi da una reale autonomia finanziaria.

Una necessità condivisa dal presidente dell’Ap di Salerno, Andrea Annunziata, che lancia la sua proposta: “destinare il 50% dei ricavi allo Stato concedendo il resto agli enti portuali lasciando alle realtà virtuose la possibilità di poter investire nelle infrastrutture necessarie”. Ha parlato, Annunziata, anche della “nuova frontiera” retroportuale. Di quegli spazi indispensabili per scali che sorgono a ridosso delle città (la quasi totalità in Italia) al fine di “aprire i container sul territorio, operazione dove si concentra il vero valore aggiunto del traffico merci”. “La grande scommessa di Salerno – ha aggiunto – si giocherà sulle aree interne, ricche di zone industriali dismesse, e su un aeroporto che finalmente avviato potrebbe integrare ulteriormente l’offerta con l’attività cargo”.

Presente anche il commissario dell’Ap di Napoli, Luciano Dassatti che, in merito alla riforma portuale, ha denunciato la mancanza di una strategia nazionale. Sottolineando l’importanza di un “bilanciamento degli organici delle imprese e dei lavoratori ex art.17” sul fronte lavoro Dassatti ha anche evidenziato l’eccessivo peso della burocrazia  e la mancanza di coordinamento istituzionale: “è da febbraio – ha concluso amaramente – che attendiamo un parere dalla Soprintendenza per completare i lavori alle fognature all’Immacolatella”.