Porto di Napoli, palla avanti e pedalare

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La comunità portuale risponde alle polemiche. De Feo: “Arginare il momento di crisi”

“La sabbia degli escavi del porto di Salerno può essere usata per il rinascimento delle spiagge. A Napoli no, perché è inquinata”. Sta anche in questa diversa “filiera delle problematicità”, secondo il commissario dell’Ap Dassatti, l’attuale gap di competitività tra i due scali regionali. Cerca di reagire la comunità portuale partenopea. La perdita delle linee Messina e le sferzate di Caldoro sul Grande Progetto sono stato un duro colpo. Coinvolgendo in polemiche non sempre costruttive la credibilità di un sistema che rimane la principale fonte economica della Campania.  Da qui la conferenza stampa nella sede dell’ente portuale che ha visto protagonisti, tra gli altri, rappresentanti di armatori, terminalisti, agenti marittimi e sindacati. Tutti uniti per dire no ai veti incrociati, per dare la massima disponibilità all’attuazione del Grande Progetto, “per fare chiarezza” sul sale sparso sulle ferite di un porto che non vuole nascondere le sue criticità.

“Nessuno è contro il Grande Progetto”, esordisce Pasquale Legora De Feo, ad di Conateco. “Tuttavia non possiamo dimenticare che le sue ricadute arriveranno sul medio e lungo termine: il nostro impegno è di gestire il presente della crisi”. Una situazione di difficoltà globale cominciata cinque anni fa, favorita dall’eccesso di tonnellaggio che caratterizza il Mediterraneo, in cui Napoli ha comunque registrato risultati in controtendenza. “Lo scalo – ricorda De Feo – continua nonostante tutto a garantire i livelli occupazionali del 2008. Certo abbiamo fondali bassi e una serie di problemi da risolvere in tempi brevi. Ma abbiamo anche le capacità e le risorse per uscirne fuori. Per porre le condizioni, quando fra meno di tre anni avremo a disposizione il Terminal di Levante (i cui lavori sono stati avviati, ndr), di un vero e proprio salto di scenario”.

Abbandonare, dunque, quello che Dassatti definisce “tafazzismo insulso”. “Le linee di indirizzo individuate dall’Ap – conferma – nascono proprio dalla consapevolezza dei problemi. A Napoli mancano interventi infrastrutturali organici da almeno un cinquantennio. E non toccando l’impianto generale, tenendo conto di tutti i fattori burocratici che intralciano il rilancio, bisogna garantire l’unità di operatori, sindacati, istituzioni. Dal prossimo comitato portuale – aggiunge – metterò in campo apposite commissioni in grado di affrontare fin da subito le problematiche più evidenti”.

Abbassare i toni della polemica, rinunciare al cannibalismo e fare sistema. Anche chiarendo le inesattezze emerse dalla vicenda Messina. “Abbiamo perso alcune navi – rivela infatti De Feo – ma non tutto il traffico della compagnia. Il transhipment con destinazione Libia, ad esempio, farà sempre capo a Napoli”. Luce pure sul fronte costi per i servizi tecnico-nautici, considerati da alcuni un handicap per il porto di Napoli. L’ingegnere De Domenico, ad di Rimorchiatori Napoletani, ha sottolineato come “per lo stesso servizio nel porto di Salerno Messina pagherà il 40% in più”. Segno, come evidenziato da Andrea Mastellone, presidente di Assoagenti,  che “la questione costi è globale” e riguarda un’eccessiva pressione fiscale che peggiorerà con la sovrattassa del 25% sui canoni demaniali prevista dall’ultima finanziaria regionale.

Cinque le linee di intervento sull’immediato consegnate al prossimo presidente dell’Ap di Napoli, insieme all’appello dei sindacati ad istituire un più ampio tavolo di discussione: proseguimento dei dragaggi, rilancio dei bacini, sinergia con gli interporti, viabilità e sicurezza all’interno dell’area portuale.

G.Grande