Mediterraneo, “una primavera italiana” per interpretare il cambiamento

porto di venezia ss

Il Propeller club di Venezia discute del Napa e del ruolo dell’Italia

I porti adriatici saranno destinati a ruoli di mero cabotaggio e feederaggio oppure potranno competere nel nuovo contesto economico ospitando navi commerciali o crocieristiche di nuova generazione? In un panorama mediterraneo che vede protagonista i nuovi hub del nord Africa e la Cina, con l’acquisizione dei terminal del Pireo e di Salonicco, destinati alla gestione dei commerci con l’Europa Orientale, il NAPA riuscirà a riequilibrare i flussi di traffici, costituendo con  Ravenna, Venezia, Trieste, Capodistria e Fiume quel “sistema portuale dell’alto Adriatico” in grado di concorrere con il northern range?

Sono alcune delle questioni affrontate a Venezia al meeting “La primavera araba e i problemi del M.O. Quale futuro per i traffici commerciali e crocieristici per i porti adriatici associati al NAPA?”, organizzato dall’International Propeller Club guidato da Massimo Bernardo. Un incontro da cui è emersa la necessità di una “svolta culturale”, una “primavera italiana” in grado di aprirsi alle sollecitazioni che arrivano da Paesi come Libia, Siria, Egitto e, nello stesso tempo, di definire uno specifico ruolo per il “sistema Paese”.

“Il cambio di direzione nella politica estera della  Francia dopo la caduta di Sarkozy, la contrazione delle risorse pubbliche in Europa ed in Italia destinate alle attività di supporto all’internazionalizzazione per le imprese e le cosiddette primavera arabe, con il relativo cambio di interlocutori istituzionali nei Paesi della sponda Sud e le guerre in Medio Oriente – ha spiegato il prof. Arduino Paniccia  dell’Istituto Italiano di Studi Strategici e docente all’Università di Trieste – hanno creato, come conseguenza, la “fuga dell’Europa dal Mediterraneo”.

Il nostro Paese con le sue imprese di media dimensione, flessibili e altamente specializzate, i suoi porti e la sua importante posizione logistica, ha le potenzialità e la capacità di coprire tutte le necessità e gli aspetti tecnici , industriali di forniture e di formazione necessari per un corretto sviluppo dell’area mediterranea.

“Ma a fronte di un export italiano verso l’Ue pari nel 2011 al 60%  dell’intero commercio estero nazionale, che diventa con gli altri Paesi europei non Ue oltre il 70% – sottolinea Paniccia – le esportazioni in Africa settentrionale oggi rappresentano un misero 2,9% del totale e quelle verso l’intero continente africano  un modestissimo 1,5%”.

Da qui la necessità di “invertire la tendenza”, interpretando, innanzitutto, il messaggio di cambiamento che arriva dalla sponda Sud ed evitando i rischi di una “guerra tra poveri”, come nel caso della spaccatura di Assoporti in occasione dei finanziamenti al porto di altura di Venezia. A chiederlo, non fosse altro, i numeri. I paesi delle sponde sud ed est del Mediterraneo, un mercato da 600 milioni di persone, hanno mantenuto, in media, nel 2011, un tasso superiore al 4% con punte fino al 7,6% come nel caso della Turchia. Performance che saranno ripetute anche nei prossimi anni.