Le rotte del cibo: il commercio alimentare tra Napoli e il mondo

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È stata inaugurata a Napoli la mostra Le rotte del cibo: commercio alimentare tra Napoli e il mondo, allestita nel chiostro del Platano (11 ottobre – 31 gennaio), nell’ambito del progetto “In cammino per la Terra dei Suoni e dei Sapori”. Aderendo al tema proposto da “Expo 2015”, gli archivisti napoletani, hanno studiato e percorso “le rotte del cibo”, le vie tracciate dal commercio di generi alimentari, che hanno collegato in tutte le epoche storiche il territorio meridionale e la sua capitale Napoli al resto del mondo.
I documenti esposti rappresentano solo un “campionario” di temi e suggestioni, relativi al traffico di prodotti agricoli importati ed esportati dal Regno di Napoli dal XIII al XX secolo, tratti dagli archivi delle istituzioni create ad hoc per operare nel campo specifico della tecnica e della pratica mercantile – come il Supremo magistrato di commercio – o da quelli di organismi sovraordinati che ne ebbero la responsabilità quali il Ministero degli affari interni o quello di agricoltura industria e commercio. Naturalmente è stato scandagliato a fondo l’archivio del Ministero degli affari esteri per documentare i rapporti tra Napoli e il mondo dal punto di vista diplomatico ed economico. La ricerca si è estesa anche in archivi privati, quali l’Archivio Borbone prodotto dalla Real Casa, e altri di importanti famiglie dedite in origine alla mercatura e poi nell’Ottocento divenute proprietarie di ingenti patrimoni immobiliari ed estesi territori agricoli, integrate di diritto nel ceto borghese e in quello nobiliare: i Sanseverino di Bisignano produttori di vino, olio, zucchero e formaggi in Calabria, i Doria d’Angri esportatori di grano in tutta Europa, i di Tocco di Montemiletto duchi di Sicignano produttori di olio a Gallipoli. Dall’archivio della famiglia Pignatelli Aragona Cortés si è tratta testimonianza dell’azienda di Atlacomulco in Messico produttrice di zuccheri, come del resto le aziende in Mozambico e in Somalia, documentate nell’archivio de Vito Piscicelli durante l’epoca coloniale.
L’argomento centrale della mostra ha poi generato interessanti connessioni a tematiche rilevanti e suggestive, quali il rapporto tra l’attività mercantile ed eventi naturali e politici come carestie, epidemie e contagi, guerre e pace. In tempi di distensione, il proliferare di trattati “di navigazione e di commercio” ha significato spesso l’apertura di frontiere con relativo “risveglio” e sviluppo del commercio dei paesi contraenti, rappresentati, durante le trattative diplomatiche, da personaggi di tutto rilievo quali Ferdinando Galiani, sagace mediatore nell’accordo stipulato con la Russia nel 1787, ultimo anno di sua vita. Altri accordi, invece, fallirono, come fu per la Lega doganale proposta e progettata da papa Pio IX sul modello dello Zollverein tedesco, per contribuire “all’incremento della dignità e della prosperità Italiana”, convinto che “la vera e sostanzial base di una unione Italiana sia la fusione degli interessi materiali delle popolazioni”.
Che il commercio fosse il “principale oggetto della pubblica felicità”, strettamente collegato al benessere delle popolazioni, era evidente a tutti; ma alcuni documenti testimoniano anche la necessità che dovesse essere favorito da provvedimenti economici e politici che mutassero lo status quo. I più illuminati, come Carlo Afan de Rivera proponevano miglioramenti nelle infrastrutture – strade, ferrovie, porti – e nei sistemi di trasporto delle merci, con l’incremento della costruzione e dell’uso di veloci clippers a vela o di navi a vapore, più idonei a percorrere le rotte oceaniche. E nel settore più strettamente economico si discuteva, di tempo in tempo, sull’opportunità di adottare provvedimenti di tipo liberistico, come l’esenzione da ogni “dazio, dogana e gabella” per tutti i commercianti, di qualsiasi nazionalità e religione – “non esclusi Maomettani ed Ebrei” – o con la creazione di un Porto franco a Napoli e a Messina. Oppure al contrario si interveniva, specie dopo guerre e carestie, con disposizioni di tipo protezionistico, vietando le esportazioni.
Nello sviluppo sostanzialmente cronologico della mostra, già a partire dalle preziose fonti angioine e aragonesi – nelle pergamene originali e nelle ricostruzioni – si delineano quasi involontariamente le “rotte” dei prodotti da e per i porti di tutto il mondo, partendo dal “centro di gravità” prescelto, che è Napoli, da capitale del Regno angioino e aragonese, poi del viceregno spagnolo, del Regno autonomo, fino a provincia dell’Italia unita. Lungo questi itinerari spiccano i porti più attivi, strategici rispetto a una direttrice geografica che può essere transcontinentale, ma anche transoceanica, verso Ponente o verso Levante, a Nord o a Sud. Da Napoli verso San Pietroburgo partono navi cariche di vini di Pozzuoli, di Torre del Greco e di Procida, moscati siciliani, limoni di Reggio Calabria e confetture di Sulmona “sommamente ricercati”, tornando a Napoli con caviale e stoccafisso. Dalla capitale sono inviati a Tunisi “maccheroni ed altra pasta” e in Germania tanti agrumi e frutta secca di Sicilia e tanto olio pugliese. Da Gallipoli partono grano, olio e vini diretti ad Amsterdam; da Palermo si esportano a Boston e a New York arance “portogalli”, limoni e noci.
Si importano i formaggi dalla Sardegna e dalla Grecia, dal nord Europa pesce salato, stocco e baccalà, “grani teneri” da Odessa, caffè dal Levante, ma anche dall’Egitto e dal Brasile, che esporta anche zucchero e cacao, riso e pepe, zenzero, vaniglia e rum.
Le “rotte del cibo” toccano anche le piccole e grandi isole del Mediterraneo, al crocevia dei traffici: la Corsica, Lipari, Malta, Zante, Cefalonia e Corfù, nei secoli contese tra Stati guerreggianti.
I documenti archivistici raccontano il viaggio delle merci, attraverso il fascino delle pergamene vergate dalle antiche intriganti scritture, la distesa narrazione dei portolani o il linguaggio tecnico e burocratico dei rapporti diplomatici, dei giornali di bordo o dei quadri statistici. Le mappe geografiche di tutto il mondo, recentemente riscoperte e adeguatamente valorizzate, contribuiscono a descrivere visivamente i luoghi vicini e lontani percorsi dai mercanti: l’Europa, le Americhe, l’Asia, l’Africa.