Interdittive antimafia. Dalla Dia una proposta per fermare le mafie, ma non l’economia

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Differenziare gli strumenti ed evitare l’utilizzo delle interdittive antimafia quando nei confronti di un’impresa vi è il “solo” sospetto che sia permeabile alla mafia.

Nel solo anno della pandemia le interdittive sono cresciute del 38,2 per cento rispetto al 2019

 Gli aumenti maggiori si registrano in

Veneto (+567%), Molise (+383%), Campania (+273%) e Abruzzo (+240%).

Calano invece Liguria (-69,5%), Umbria (-63,6%), Lombardia (-37%),

Roma, 3 aprile 2021 - Una nuova misura per le interdittive antimafia. Una proposta arriva dalla Direzione investigativa antimafia (Dia) ancora al vaglio dei suoi uffici legislativi, che potrebbe presto finire sul tavolo del governo: differenziare gli strumenti ed evitare l’utilizzo delle interdittive antimafia quando nei confronti di un’impresa vi è il “solo” sospetto che sia permeabile alla mafia e procedere con uno strumento più leggero, un controllo che segua l’appalto passo dopo passo senza estromettere l’imprenditore. A spiegare nel dettaglio la proposta è il direttore della Dia Maurizio Vallone in una intervista su lavialibera.it il sito della rivista di Libera e Gruppo Abele.

“Quando la ditta è impastata di mafia e intestata a un prestanome, l’interdittiva, che impedisce all’azienda di lavorare con le Pubbliche amministrazioni (Pa) decretandone quindi la morte, è l’unica soluzione possibile – spiega a lavialibera il direttore della Dia Maurizio Vallone –. Ma ci sono casi in cui i nostri Gia (i Gruppi interforze antimafia istituiti presso le prefetture, ndr) si trovano in difficoltà perché sanno che un’interdittiva basata sulla mera percezione di contiguità tra impresa e mafia non reggerebbe a un ricorso”. Ricorso che, prosegue il direttore, è quasi automatico e può durare da dieci mesi a due anni, fermando o rallentando i lavori. I casi più scivolosi – racconta Vallone – sono due: aziende con centinaia di dipendenti dove un paio di lavoratori sono parenti di mafiosi oppure piccoli imprenditori vittime di racket che se dovessero vincere un appalto, magari grazie al Recovery plan, attirerebbero ulteriori appetiti criminali. “Come giustificare davanti a un Tar (il Tribunale amministrativo regionale a cui spetta decidere in caso di ricorso da parte di un imprenditore interdetto, ndr) un’interdittiva contro un’intera azienda per la presenza di parenti o contro una vittima di estorsione che lo Stato non è stato in grado di proteggere? – si chiede il direttore –. Dobbiamo intervenire in maniera diversa, non possiamo permetterci di bloccare tutto nei tribunali perdendo così i fondi europei”.

 Nel 2011 il Codice antimafia ha istituito presso il ministero dell’Interno la Banca dati nazionale unica della documentazione antimafia (Bdna), entrata in funzione a gennaio 2015. Qui sono raccolti tutti i dati sulle imprese censite, le certificazioni rilasciate e i provvedimenti interdittivi emessi. Stando a questi dati, negli ultimi cinque anni i provvedimenti interdittivi (comprensivi sia di comunicazioni sia di informazioni antimafia) sono quasi triplicati passando da 733 nel 2016 a 2.130 nel 2020. Nel solo anno della pandemia le interdittive sono cresciute del 38,2 per cento rispetto al 2019 (1.541). Se si guarda alla distribuzione regionale, si nota subito che nell’anno della pandemia si registrano provvedimenti interdittivi (comunicazioni e informazioni antimafia) in tutte le regioni, mentre nel 2019 Sardegna e Trentino-Alto Adige erano a zero. Ai primi posti ci sono Campania (529), Calabria (454) ed Emilia Romagna (235) che nel 2020 ha superato la Sicilia (217). Gli aumenti maggiori si registrano in Veneto (+567%), Molise (+383%), Campania (+273%) e Abruzzo (+240%). Calano invece Liguria (-69,5%), Umbria (-63,6%), Lombardia (-37%), Friuli Venezia Giulia (-33%), Sicilia (-29%) e Basilicata (-20%).

La proposta della Dia vuole mantenere l’attenzione sulla gravità delle presenza mafiose nell’economia, preservando al contempo, dove possibile, la vita delle imprese. Tra le proposte del direttore Vallone c’è per esempio l’istituzione di un conto corrente ad hoc, controllato da un delegato del prefetto e dove far transitare tutte le entrate e le uscite relative all’appalto: “Così facendo si potrebbe sia preservare l’impresa sia impedire l’utilizzo di fondi in nero, le truffe sui nomi, le collaborazioni con subappaltatori di dubbia provenienza, l’assunzione di persone vicine alla mafia. Si precluderebbe persino la possibilità di pagare tangenti alla Pa”. E a proposito del ruolo delle pubbliche amministrazioni il direttore della Dia conclude: “Spesso si preferisce non rischiare delegando la responsabilità del contrasto alle mafie all’autorità giudiziaria. Ma l’Italia è una democrazia moderna che non si può permettere di intasare i tribunali. Un Paese che si rispetti deve essere innanzitutto in grado di prevenire i reati, mettendo gli imprenditori nella condizione di essere difesi dalle mafie”.

La materia, apparentemente fredda e burocratica, è in realtà incandescente. “Sulle interdittive antimafia si sta disputando lo stesso scontro che in passato ha riguardato il sequestro e la confisca dei beni alle mafie – spiega Enza Rando, responsabile nazionale dell’ufficio legale di Libera, nonché vicepresidente dell’associazione –. Le imprese interdette stanno dando battaglia per disapplicare o abrogare questa norma, ma la verità è che si tratta di uno strumento imprescindibile, soprattutto al Nord”. Prova ne è stato il maxi processo Aemilia del 2015, durante il quale il Tribunale ha ufficialmente riconosciuto l’importanza dell’uso delle interdittive emanate dalla locale Prefettura, che avevano funzionato come argine e prevenzione contro la “penetrazione dell’imprenditoria mafiosa cutrese” sul territorio, prima dell’arrivo delle indagini giudiziarie.