Dassatti e la “squadra”, un amore mai sbocciato

dassatti

La richiesta di dimissioni, ultimo atto di un rapporto conflittuale

“La stessa squadra vincente che con un allenatore diverso lotta per la retrocessione. Di chi è la colpa?”. Il paragone calcistico, offerto a mò di spiegazione, confonde sicuramente i piani ma da l’idea  del sentimento che domina i dipendenti dell’Autorità portuale di Napoli. All’indomani della clamorosa richiesta di dimissioni nei confronti del Commissario Dassatti l’attività negli uffici scorre silenziosa e a pieno ritmo. Domina tuttavia il senso d’attesa, la consapevolezza di un’iniziativa tanto grave quanto inevitabile. Certo la rivendicazione dell’accesa Assemblea dei lavoratori rappresenta, probabilmente, un unicum nel panorama amministrativo italiano. Ma è vissuta come reazione legittima a quella che viene considerata un’ingiustificabile sottovalutazione del lavoro svolto quotidianamente. Poca la voglia di parlare, prevale soprattutto la preoccupazione di evitare equivoci sulla natura delle proprie ragioni. Qualcuno, agitando un mazzo di articoli sul boom del porto a metà degli anni zero, rivendica i risultati ottenuti in quegli anni.  “Se Napoli è il terzo porto nel Mediterraneo per le crociere, se mantiene una posizione di leadership nelle autostrade del mare, se è l’azienda più importante della Campania non è merito anche del nostro lavoro? E’ possibile che siamo diventati tutti incompetenti?”. Domande che testimoniano della tensione di questi giorni, culmine di un rapporto che con Dassatti non è mai sbocciato. D’altronde, la richiesta di dimissioni parte da lontano. Gli articoli pubblicati su Il Mattino sono stati solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il punto di non ritorno di una difficoltà progressiva dell’ex Ammiraglio a relazionarsi con la struttura dell’ente. Di un inasprirsi delle relazioni, esasperato dalle difficoltà crescenti nell’elaborazione del Grande Progetto, che dalle chiuse stanze di Piazzale Pisacane ha raggiunto le pagine dei giornali, con prese di posizioni sempre più muscolari e accuse ipercritiche nei confronti della “squadra”. Pesa in questa situazione anche l’anomalo protrarsi del periodo di commissariamento. Dieci lunghi mesi che confermano l’indifferenza della politica nei confronti del destino del porto, ridotto a mera pedina di scambio negli equilibri romani. Un lungo periodo di sospensione e incertezza in cui i limiti dell’ex Ammiraglio nell’esercitare la mediazione, prerogativa fondamentale per un presidente di Ap, al pari di esperienza e competenza, sono emersi con chiara evidenza. Ricucire questo strappo sarà il primo compito del suo successore.