La straordinaria opportunità di costruire l’Europa federale

“Accettare lo status quo in Europa, vorrebbe dire accettare un’Europa sempre più burocratica, che né sa più spiegare ai cittadini dove vuole condurli, continuando a funzionare in modo meccanico, né riesce ad unirli… . L’Europa è stata fondata su una promessa di pace, di progresso, di prosperità. Oggi serve un progetto che possa rinnovare questa promessa… . Servirà ad un certo punto un cambiamento dei Trattati, perché questa Europa è incompleta: il problema non è se questi cambiamenti saranno necessari, ma quando e come”.
Queste dichiarazioni, rilasciate in un’intervista ad un giornale francese e ad alcuni giornali tedeschi il 13 luglio scorso, alla vigilia della grande festa nazionale del 14 luglio e dell’incontro con Trump, nonché di un importante vertice con la Germania, sono di Emmanuel Macron, il neo-eletto Presidente francese. Sono innanzitutto la conferma della volontà di mantenere la promessa, fatta in campagna elettorale, di intervenire parallelamente nella politica interna francese – avviando un ciclo di riforme che tornino a dare slancio e competitività al paese – e nella politica europea, per dotare l’Europa degli strumenti necessari per costruire quei “pezzi di sovranità” collettiva nei settori che a livello nazionale non sono più controllabili e tantomeno governabili nell’interesse dei cittadini. Ma sono, soprattutto, la conferma del fatto che la Francia, dopo più di dieci anni, vuole voltare pagina, riconoscendo che la riforma dei Trattati europei non è più un tabù.
Per l’Europa si apre dunque un’opportunità straordinaria, perché questo atteggiamento francese prepara la possibilità di una rinnovata intesa con la Germania e di una ripresa del motore franco-tedesco, che è la condizione necessaria anche solo per poter pensare di avviare la riforma dell’UE.
Il nodo cruciale che Merkel e Macron sono chiamati a sciogliere, per rendere l’Europa capace di “rinnovare la sua promessa di pace, di progresso, di prosperità”, riguarda innanzitutto la natura del sistema istituzionale dell’Unione europea: sono pronte Parigi e Berlino ad avviare il superamento del sistema intergovernativo e a far compiere al sistema europeo il passaggio, nei settori ormai maturi, ad un sistema di natura federale? Oggi l’UE si basa sulla gestione, attraverso il cosiddetto metodo comunitario, delle competenze relative al mercato unico; in questo ambito, pur con alcuni miglioramenti necessari per “comunitarizzare” ulteriormente quelle prerogative ancora limitate dal mantenimento del diritto di veto da parte dei governi nazionali, la strada è tracciata, grazie al potere di iniziativa legislativa della Commissione e all’estensione dei poteri di co-decisione legislativa del Parlamento europeo. L’unica competenza gestita secondo un metodo quasi federale è l’unione monetaria che, per essere sostenibile, richiede tuttavia ulteriori condivisioni di sovranità nell’ambito della politica economica e di bilancio. Invece, proprio in queste ultime due materie, ed in generale in tutte quelle più legate al cuore della sovranità nazionale, come la politica estera e quella di sicurezza, sia interna che esterna, il sistema si basa sul cosiddetto metodo intergovernativo, vale a dire sulla ricerca in seno al Consiglio europeo e al Consiglio dell’accordo unanime dei governi, che si limitano ad impostare le forme di cooperazione, cercando di tutelare al massimo il proprio interesse specifico; qui la Commissione è politicamente subordinata agli Stati membri e il Parlamento europeo non ha voce in capitolo. Proprio per la sensibilità delle materie in questione, che sono al cuore della sovranità politica e che toccano il rapporto dei cittadini con il proprio Stato nel modo più profondo, il metodo comunitario non sarebbe adeguato in questi campi; questo sistema ibrido, che permette di coniugare l’integrazione sovranazionale nella legislazione e nelle materie funzionali alla costruzione del mercato con il mantenimento della sovranità politica nazionale (potere di decidere in ultima istanza su ogni materia sensibile), non è abbastanza efficiente dal punto di vista dei meccanismi decisionali e non è dotato di sufficienti checks and balances dal punto di vista democratico nel momento in cui sono in gioco politiche che investono la ragione più profonda dell’esistenza dello Stato. Ecco perché serve in questi settori un cambiamento molto più radicale, che comporta la costruzione di un vero potere politico sovranazionale, limitato a poche competenze precise, ma accompagnate dal potere di iniziativa politica, da risorse proprie, da un sistema di check and balances equilibrato che dia ai cittadini europei e agli Stati membri (in base al principio federale) adeguato potere di controllo.
L’ambito in cui questo passaggio è ormai maturo è l’eurozona, proprio per il paradosso che si citava prima di una moneta federale che si accompagna a politiche economiche e fiscali di competenza strettamente nazionale. Il completamento dell’Unione monetaria – con la creazione un bilancio specifico e di un governo sovranazionale controllato democraticamente – è ormai oggetto di riflessioni e proposte da molti anni, dallo scoppio, sostanzialmente, della crisi economica e finanziaria che ha mostrato i limiti di una moneta unica costruita senza creare anche un’unione economica e senza istituire un bilancio specifico, indispensabile per ammortizzare gli shock asimmetrici e stabilizzare l’area, promuovendo la convergenza. I cantieri aperti in Europa, che investono il mercato unico o che riguardano alcune tra le principali politiche strategiche degli Stati, sono molti, ovviamente; e certamente questo non è l’unico “dossier” che attende di essere sbloccato. Ma questo è il solo in cui è in gioco un passaggio decisivo e sostanziale sul piano istituzionale; l’unico in cui l’UE si pone il problema del “completamento”, perché si tratta di un settore in cui una condivisione cruciale di sovranità è già avvenuta, in cui è stata già creata una istituzione federale (la Banca centrale europea) e in cui la gestione intergovernativa delle politiche economiche e fiscali sta producendo danni che mettono a repentaglio la stessa sopravvivenza dell’Unione europea. In tutti gli altri campi che pure animano il dibattito europeo, inclusa la questione della difesa e quella della sicurezza interna e della gestione dei flussi migratori, l’UE parte da molto più indietro, da gradi più o meno intensi di cooperazione tra paesi e governi nazionali, e ha ambizioni molto più limitate, che siano di intensificare la cooperazione (o di avviarla come nel caso della difesa), o di dare maggiore competenze alla Commissione, nel migliore dei casi; ma non è mai in gioco una trasformazione radicale dell’assetto dei poteri all’interno dell’UE, come è invece in gioco per l’eurozona. Non per nulla, anche nella intervista del 13 luglio, Macron si porta immediatamente sul punto: “Voglio che la zona euro abbia maggiore coerenza e maggiore convergenza. Al momento non funziona bene perché ha alimentato le divergenze. Quelli che erano già indebitati si sono ritrovati ancor più indebitati. Quelli che erano più competitivi si sono ritrovati ancora più competitivi… . Questa situazione non è sana, perché non è sostenibile… . Non si tratta di mutualizzare i debiti del passato, ma di combinare la convergenza e la solidarietà in seno all’Unione europea e alla zona euro, per creare dei meccanismi di solidarietà più potenti per l’avvenire. È la chiave per un’Unione capace di durare nel tempo. A questo proposito servono un bilancio, un governo che decide l’allocazione di questo bilancio e un controllo democratico che a tutt’oggi non abbiamo ancora”.
Il breve incontro tra la Cancelliera Merkel e il Presidente francese del 14 luglio sembra confermare questa analisi. Proprio perché il punto della riforma dell’Unione monetaria è quello cruciale, è anche il più delicato; ed è chiaramente questa la ragione per cui i due leader hanno concordato di affrontarlo solo dopo le elezioni tedesche. È noto infatti quanto aspro è il confronto in Germania, a questo proposito, con le forze che temono che una condivisione ulteriore di sovranità con i paesi debitori, verso cui non nutrono alcuna fiducia, non porti ad altro che ad una transfer union, e renda impossibile tenere sotto controllo il problema del moral hazard. Anche Merkel comunque ammette (lo ha ribadito il 15 luglio in un intervento pubblico a Zingst, riportato dalla Reuters) di essersi ormai convinta che l’Europa debba essere rafforzata e di essere “aperta alla proposta di un Ministro delle finanze dell’eurozona che sovrintenda ad un bilancio comune finalizzato ad investimenti e trasferimenti per aiutare gli Stati ad ammortizzare gli shock economici”.
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Nel momento in cui Parigi e Berlino si propongono di rilanciare il processo europeo, i punti su cui cercare e definire l’accordo sembrano dunque ormai maturi. Eppure rimane alto il rischio che possa prevalere una finta soluzione e che si cerchi ancora una volta di evitare di costruire un governo europeo genuino, scegliendo in alternativa di consolidare il sistema delle regole e il suo corrispettivo istituzionale, ossia il metodo intergovernativo. La forte propensione di una parte cospicua della classe politica e dirigente tedesca per questa opzione, insieme al tradizionale approccio intergovernativo francese, potrebbero ancora una volta far confluire in quella direzione il fermento e le aspettative che circolano nell’UE.
Non sarebbe certo la prima volta. Il processo europeo ci ha abituati ai contorcimenti dei governi per non imboccare la via più logica, quella dell’unione politica federale. Lo stesso Trattato di Maastricht, con la scelta della sola unione monetaria senza quella politica e quella economica, ne è un esempio; così come lo è, sempre in Maastricht, l’invenzione dei due pilastri fondati sulla cooperazione intergovernativa in materia di politica estera e di sicurezza e di giustizia e di affari interni, nel momento in cui queste materie strategiche dovevano in qualche modo essere “europeizzate”; nel Trattato si è trovato il sistema per simulare un passaggio politico, creando un’etichetta europea vuota e lasciando queste materie totalmente in mano agli Stati.
Il rischio quindi che l’accordo venga cercato per creare un governo intergovernativo della zona euro non deve essere sottovalutato. Decisivi a questo proposito saranno sia le aperture concrete per la creazione di un vero bilancio dell’eurozona, dotato di risorse proprie e abbinato ad un potere fiscale europeo (che richiederà sicuramente una riforma dei Trattati, ma che deve essere previsto e concordato come prospettiva sin da ora); sia il potere di codecisione che si vorrà attribuire al Parlamento europeo – anche in questo caso previa una riforma dei Trattati, che però deve essere prefigurata nella soluzione che si deciderà di impostare sin dalla fase iniziale. Senza prevedere un potere effettivo europeo, di natura sovranazionale e non intergovernativa, e senza costruire nuovi equilibri istituzionali che sottraggano alla gestione intergovernativa l’unione economica e preparino il completamento dell’unione monetaria attraverso la costruzione di un’unione politica fondata su basi di natura federale, i miglioramenti della governance dell’area euro non saranno sufficienti, né “a dare maggiore coerenza e maggiore convergenza alla zona euro”, né ad avviare quella riforma dell’Unione europea indispensabile per trasformarla nella potenza globale che le sfide del XXI secolo richiedono.Per gli altri partner dell’UE, questo deve essere sia un monito che uno stimolo, per ricordare l’importanza di impegnarsi a contribuire efficacemente a raggiungere un accordo sull’eurozona in grado di modificare il sistema in vigore e di dare vita ad un nuovo equilibrio istituzionale che permetta di affiancare le regole, che indicano dei parametri necessari, ma che da sole non possono bastare, con la politica, “che permette di combinare la convergenza e la solidarietà”. È un monito soprattutto per l’Italia, le cui forze politiche faticano più di altre a schierarsi con chiarezza su questo fronte: chi è a favore dell’Europa, non ha alternative rispetto ad impegnarsi per la costruzione dell’unione politica federale. I tentativi di imboccare scorciatoie con l’idea che “non siamo ancora agli Stati Uniti d’Europa…. E probabilmente non ci arriveremo mai”, come scrive Matteo Renzi nel suo ultimo libro, proponendo quindi battaglie di retroguardia per riportare le regole indietro di 25 anni – ignorando che il ritorno a Maastricht significa semplicemente il ritorno alle radici degli errori che oggi stiamo pagando – possono solo produrre danni. Questa, invece, è la vera posta in gioco: costruire la Federazione. Non bisogna aver paura di guardare in faccia la realtà e di scorgere l’opportunità che in questo momento si sta presentando agli europei; e soprattutto bisogna avere il coraggio di impegnarsi nella giusta battaglia politica.

ASSOPROVIDER: DINO BORTOLOTTO SCRIVE AL MINISTRO CALENDA: “INCENTIVI E SGRAVI ANCHE PER I PICCOLI OPERATORI TELEFONICI”

Nocera Inferiore 4 agosto-Dino Bortolotto, presidente Assoprovider “Ripensiamo i contributi per le frequenze licenziate, con misure a costo zero per accelerare il business dei piccoli provider italiani”.
Assoprovider – con questa lettera aperta – chiede al ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda di considerare tra gli attori degni di essere coinvolti nel piano di digitalizzazione del Paese (banda Ultra Larga, industria 4.0) anche le diverse migliaia di piccole aziende italiane che da diversi decenni si occupano di TLC e del digitale italiano. Si tratta di operatori economici tipici del tessuto imprenditoriale italiano, che ISTAT certifica essere costituito per il 95% da imprese con meno di 15 addetti. Più di 5.000 PMI delle TLC che generano complessivamente un giro di affari annuo superiore al Miliardo di Euro con importanti ricadute nell’indotto e nell’occupazione (specialmente giovanile). Le sole Aziende associate ad Assoprovider sviluppano un giro d’affari di 150milioni di euro pur rappresentando poco meno del 10% delle PMI impegnate nel settore TLC. SI disegna così un importante comparto del mondo delle telecomunicazioni che finora non ha mai usufruito di aiuti economici da parte dello Stato e che chiede al Governo di facilitare, con semplici misure, l’accelerazione degli investimenti che stanno facendo con il Fixed Wireless e la fibra ottica sul territorio. Giova ricordate che sono queste le aziende che hanno contribuito realmente e in modo significativo alla riduzione del digital divide nelle zone a bassa densità abitativa, ossia quelle che vengono unanimemente considerate a fallimento di mercato dalle Big Telco. Grazie al modello di business “ad alto rapporto benefici/costi” delle PMI, costituito da una filiera corta e di prossimità con il territorio, sono possibili significativi ritorni economici anche in zone poco popolate. Per consentire lo sviluppo di questo percorso virtuoso, Assoprovider chiede che vengano sanate alcune storiche distorsioni anti competitive nella gestione delle risorse collettive, come ad esempio lo sono le frequenze licenziate (tecnicamente usate per le connessioni radio di tipo “punto a punto”). Assoprovider sottolinea che esiste un patrimonio collettivo composto da milioni di “tratte licenziate” che è tuttora utilizzato per meno di un centesimo delle sue possibilità, dovuto soprattutto al fatto che viene caricato di contributi amministrativi annuali tra i più cari d’Europa (circa il doppio del più caro paese europeo). Con questa distorcente soglia d’ingresso, si ottiene l’effetto che rimangano sottoutilizzate e ad appannaggio solo delle Big Telco che possono permettersi di occupare dette frequenze. Rimodulare opportunamente questi contributi amministrativi – oltre ad accrescere il gettito dei contributi stessi per via dell’ampliamento della platea di soggetti interessati ad accedere al parco frequenziale – darebbe ai piccoli operatori nuove opportunità di crescita e quindi maggiore copertura digitale al Paese, con l’opportunità di creare un maggior numero di posti di lavoro diretti e indotti.
Questa che proponiamo E’ una misura di facile attuazione con benefici per le casse dello, che può esser attuata per decreto ministeriale. Contiamo quindi che il Ministro confermi la sua dinamicità nell’attuazione delle iniziative volte alla digitalizzazione del Paese, attuando misure “inclusive” di questi attori essenziali per lo sviluppo del Paese, rappresentato dalle PMI delle Telecomunicazioni.
Dino Bortolotto
ASSOPROVIDER – Associazione Provider Indipendenti Tel. 081.19723000

Programma di lavoro della Commissione 2018: Un’agenda per un’Unione più unita, più forte e più democratica

Facendo seguito a quanto annunciato dal Presidente Juncker nel discorso sullo stato dell’Unione 2017, la Commissione europea ha presentato oggi il suoi programma per completare i lavori sulle dieci priorità politiche del Presidente Juncker prima della fine del proprio mandato, nonché una serie di iniziative lungimiranti per il futuro dell’Europa.
Il Presidente Jean-Claude Juncker ha dichiarato: “L’Europa sta riacquistando forza e dobbiamo approfittare di questo slancio rinnovato. Abbiamo già presentato l’80% delle proposte che avevamo promesso al momento dell’insediamento di questa Commissione. La priorità è ora trasformare le proposte in leggi e le leggi in attuazione. Prima il Parlamento europeo e il Consiglio completeranno il loro lavoro, prima vedremo i benefici dei nostri sforzi comuni.”
Frans Timmermans, primo Vicepresidente della Commissione, ha dichiarato: “Il programma di lavoro della Commissione adottato in data odierna garantirà che l’attenzione dell’Europa resti salda sulle questioni in cui l’azione europea apporta il valore aggiunto maggiore. L’Unione europea non sarà giudicata in base al numero di direttive e regolamenti che adottiamo, ma in base ai risultati concreti prodotti dalle nostre politiche a vantaggio dei nostri cittadini e delle nostre imprese.”
L’obiettivo delle 26 nuove iniziative nel programma di lavoro di quest’anno è duplice. In primo luogo, si stabiliscono azioni legislative mirate per completare i nostri lavori in settori politici prioritari, che saranno presentate nel maggio 2018 per consentire al Parlamento europeo e al Consiglio di completare i lavori legislativi prima delle elezioni europee del giugno 2019. In secondo luogo, il programma di lavoro presenta una serie di azioni e iniziative ambiziose con una prospettiva più lungimirante, poiché la nuova Unione di 27 determina il proprio futuro per il 2025 e oltre. Queste proposte rispecchiano il dibattito avviato dal Libro bianco sul futuro dell’Europa della Commissione e dal discorso sullo stato dell’Unione del 2017Cerca le traduzioni disponibili del link precedenteEN••• del Presidente Juncker.
Il programma di lavoro della Commissione, incentrato sulla realizzazione delle proposte, individua 66 proposte prioritarie in sospeso presentate negli ultimi due anni, per le quali è necessaria una rapida adozione da parte del Parlamento e del Consiglio; la Commissione propone inoltre il ritiro di 15 proposte rimaste in sospeso per le quali non si prevede il raggiungimento di un accordo, o che non sono più adeguate al loro scopo o che sono tecnicamente superate. Il programma di lavoro presenta 15 proposte che fanno seguito alle revisioni delle leggi attuali basate sul programma di controllo dell’adeguatezza e dell’efficacia della regolamentazione (REFIT), tenendo conto dei pareri della piattaforma REFIT. Anche l’efficace applicazione e attuazione delle norme dell’UE da parte degli Stati membri saranno una priorità, al fine di garantire a cittadini e imprese i benefici prefissati. La Commissione intende inoltre abrogare tre atti legislativi obsoleti.
Completare i lavori sulle 10 priorità della Commissione Juncker
Fin dall’inizio del suo mandato, questa Commissione si è concentrata sui grandi temi, in cui un intervento europeo efficace può fare concretamente la differenza. Nel corso dell’ultimo anno, condividendo tali priorità con il Parlamento europeo e con il Consiglio, abbiamo fatto progressi notevoli in settori chiave e ottenuto risultati nell’ambito di tutte le 10 priorità. Oggi questo programma di lavoro stabilisce proposte concrete per l’anno a venire per completare i nostri lavori.
Per favorire la creazione di posti di lavoro, la crescita e gli investimenti, la Commissione porterà avanti i lavori per realizzare il piano d’azione sull’economia circolare e per completare il mercato unico digitale, l’Unione dell’energia, l’Unione dei mercati dei capitali, l’Unione economica e monetaria e l’Unione bancaria. Un’iniziativa sull’equità fiscale nell’economia digitale, un pacchetto di equità sociale e una proposta volta a migliorare la catena di approvvigionamento alimentare dell’UE contribuiranno a un mercato interno più profondo e più equo con una base industriale più solida. Presenteremo anche nuove misure mirate per completare l’Unione della sicurezza e rispettare l’agenda dell’UE sulla migrazione e la strategia globale e rafforzeremo il meccanismo unionale di protezione civile. La Commissione porterà avanti la sua politica commerciale equilibrata e innovativa per gestire la globalizzazione concludendo gli accordi con il Giappone, Singapore e il Vietnam e porterà avanti i negoziati con il Messico e il Mercosur.
Gli impegni dopo il 2025
Parallelamente al completamento dell’attuale agenda, questa Commissione continuerà a impegnarsi per preparare l’Unione di domani. Il programma di lavoro per il 2018 comprende una serie di iniziative che guardano ancora più lontano, verso il 2025 e oltre. A partire dal 30 marzo 2019 l’Unione europea sarà un’unione di 27 Stati membri ed è quindi giunto il momento di dare forma a questa Unione più unita, più forte e più democratica.
Un’Unione più unita avrà bisogno di una prospettiva di allargamento credibile per i candidati pionieri dei Balcani occidentali. Per costruire un’Unione più forte, la Commissione presenterà una proposta per il futuro quadro finanziario pluriennale e proporrà anche un processo legislativo più efficiente per il mercato unico e una maggiore efficienza e coerenza nell’attuazione della politica estera comune. Adotteremo un documento di riflessione su un futuro europeo sostenibile e una comunicazione sul futuro delle politiche dell’UE per l’energia e il clima e proporremo un’estensione dei compiti della Procura europea per includere la lotta contro il terrorismo. Per un’Unione più democratica, presenteremo proposte per la creazione di un Ministro dell’economia e delle finanze permanente e responsabile, un’iniziativa per rafforzare ulteriormente i principi di sussidiarietà e di proporzionalità, oltre a una comunicazione sul potenziamento dell’efficienza alla guida dell’Unione europea. Intendiamo inoltre proporre un’iniziativa sul rispetto dello Stato di diritto.
Contesto
Ogni anno la Commissione adotta un programma di lavoro in cui sono elencate le azioni che prevede di realizzare nell’anno successivo. Il programma di lavoro informa i cittadini e i colegislatori degli impegni politici in termini di presentazione di nuove iniziative, ritiro di proposte in sospeso e riesame della normativa UE vigente.
Per preparare il programma di lavoro per il 2018 la Commissione si è avvalsa di preziose consultazioni con il Parlamento europeo e il Consiglio avvenute nel contesto dell’accordo interistituzionale “Legiferare meglio” e dell’accordo quadro sui rapporti tra il Parlamento europeo e la Commissione e basate sulla lettera di intenti (link is external) inviata il 13 settembre dal Presidente Juncker e dal primo Vicepresidente Timmermans dopo il discorso del presidente sullo stato dell’Unione.

Autotrasporto: Serracchiani, categoria soffre distacco internazionale”Disagio categoria per concorrenza sleale, specie dall’est Europa”

Trieste – “Guardando alla stesura delle nuove norme che l’Unione europea dovrà stabilire con il Pacchetto Stradale, e in vista della riunione dei Ministri dei trasporti Ue che è attesa per l’inizio di dicembre, esprimo l’auspicio che la posizione dell’Italia andrà nella direzione di favorire la creazione di condizioni omogenee, prima di assecondare le spinte verso una maggiore liberalizzazione”.
Lo ha scritto la presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, in una lettera indirizzata al ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, nella quale sottolinea il “grande disagio della categoria dell’autotrasporto che, in particolar modo in Friuli Venezia Giulia, patisce da molto tempo quella che possiamo definire senza esitazioni una concorrenza sleale da parte di società prevalentemente dell’est Europa”.
Riferendosi alle posizioni di Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti, che hanno proclamato tre giorni di sciopero, e a quelle dei sindacati datoriali dell’autotrasporto (Unatras Anita), tutti contrari al “fenomeno del distacco internazionale”, Serracchiani nella lettera ha fatto esplicito riferimento all’accordo firmato nei giorni scorsi dai ministri europei del Lavoro che “ha sancito un  compromesso sulla riforma del distacco internazionale dei lavoratori, che però esclude proprio il trasporto stradale”. 
In proposito, pur non entrando nel merito delle “logiche internazionali che hanno portato a una decisione che vede ancora una volta soddisfatte in primo luogo le richieste dei Paesi che praticano più assiduamente il cabotaggio e da cui viene attinto personale remunerato a basso costo”, la presidente del Friuli Venezia Giulia ha evidenziato “le conseguenze negative che il mantenimento di tali prerogative genera sul tessuto imprenditoriale della mia regione, e non solo”.
“A differenza dei lavoratori degli altri settori che operano in regime di distacco internazionale, infatti, gli autisti dell’autotrasporto internazionale – ha precisato – continueranno a operare con l’attuale Direttiva del 1996, ossia senza una disciplina comunitaria sul salario minimo, e lavoreranno così con quello del Paese di provenienza. In sostanza, con l’esclusione degli autotrasportatori dal principio ‘per lavoro uguale, salario uguale’, alte rimangono le barriere che impediscono alle nostre imprese di competere con successo sul nostro stesso territorio”.
Da qui la richiesta esplicita al ministro Delrio che “siano recepite le necessità di una categoria che rappresenta uno dei pilastri della filiera della logistica in Italia, oggi in grave difficoltà”.
 
 
 
 

210 MILA EURO DALL’UE PER POTENZIARE LE AUTOSTRADE DEL MARE E CANTIERISTICA

Obiettivo: eliminare i colli di bottiglia per l’accesso e l’uscita dal Terminal di Fusina e sviluppare il settore della cantieristica di Venezia e Chioggia
Venezia 15 novembre 2017 – Il Programma Italia-Croazia ha valutato e approvato i 22 progetti candidati al finanziamento nell’ambito del bando Standard Plus. Al territorio regionale veneto, rappresentato da enti pubblici, università, associazioni di categoria e soggetti privati che hanno preso parte a 13 dei 22 progetti finanziati, sono state assegnate risorse per quasi 3 milioni di Euro.
 Due sono i progetti approvati che coinvolgono anche l’Autorità di Sistema portuale del Adriatico Settentrionale: il progetto CHARGE (Asse 4 “Trasporto Marittimo”) e il progetto BEAT (Asse 1 “Innovazione”) per un totale di 220mila euro finanziati al 100%. Le attività progettuali saranno avviate in gennaio 2018 per concludersi entro i 18 mesi successivi.
 In particolare, il progetto CHARGE (Capitalization and Harmonization of the Adriatic Region Gate of Europe) con capofila Rete Autostrade Mediterranee (RAM Spa, società del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) ha assegnato all’Autorità di Sistema 100mila euro con l’obiettivo di migliorare la cooperazione tra i porti di Italia e Croazia per sviluppare azioni a sostegno sviluppo traffici intra-Adriatici lungo le Autostrade del Mare.
 Si tratterà quindi si individuare le azioni migliorative per eliminare i colli di bottiglia e i collegamenti mancanti per il trasporto merci in traghetto da e per Venezia, nonché realizzare un’analisi del mercato per sviluppare questa tipologia di traffici.
 Il progetto BEAT (Blue enhancement action for technology transfer) con coordinatore Unioncamere Veneto – Eurosportello del Veneto affida invece all’Autorità di Sistema Portuale 110mila euro (finanziati al 100%) per sviluppare la cooperazione tra imprese del settore della Blue Economy per lo sviluppo del settore della cantieristica di Venezia e Chioggia.
 l progetto, aumentando la creazione di nuove opportunità di networking tra le imprese di Italia e Croazia e attivando specifiche sessioni di formazione e analisi comparative tra le migliori best practice, si pone l’obiettivo di migliorare e potenziare le capacità di innovazione delle PMI.

COMMISSIONE EUROPEA: PROGETTO DA 21 MLN DI EURO PER I PORTI DI CIVITAVECCHIA-BARCELLONA

Civitavecchia, 20 dicembre 2017- La Commissione Europea punta sulle potenzialità dei porti di Civitavecchia e di Barcellona assegnando il co-finanziamento del progetto “BClink: MOS for the future” che prevede di integrare le catene logistiche dei due porti nell’ambito delle Autostrade del Mare.
Il progetto, che ha un valore complessivo di oltre 21 milioni di euro,  è stato selezionato per essere co-finanziato all’interno della call CEF Transport “Blending” del 2017, l’unico sovvenzionato dall’UE nella priorità delle Autostrade del Mare, con un contributo a fondo perduto di 2,2 milioni di euro per il solo porto di Civitavecchia, la totalità della sovvenzione richiesta dall’ AdSP.
Il bando rappresenta una novità assoluta in ambito europeo, in quanto prevede la combinazione di sussidi a fondo perduto e finanziamenti, a tassi particolarmente favorevoli, da parte di istituti di credito o istituti finanziari come la Cassa Depositi e Prestiti e la Banca Europea degli Investimenti, nel caso di Civitavecchia.
Il progetto è stato selezionato per aver saputo evidenziare il valore aggiunto europeo grazie a servizi e azioni a sostegno della mobilità di persone e merci e ad attività volte a migliorare le prestazioni ambientali.
La condizione principale richiesta dall’Unione è che i progetti producano importanti benefici per lo sviluppo delle Autostrade del Mare oltre che di carattere ambientale e sociale, a prescindere dalle valutazioni di carattere strettamente finanziario. Per questa ragione, nell’ambito del processo di selezione, sono state presentate dettagliate analisi costi-benefici e articolati piani finanziari a supporto dei progetti di investimento in entrambi i porti.
“Desidero ringraziare – dichiara il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale  del Mar Tirreno Centro Settentrionale, Francesco Maria di Majo – la Commissione europea che ha compreso il valore aggiunto del progetto presentato da questa AdSP, il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Graziano Delrio e, particolarmente, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti che ha sostenuto con convinzione in sede UE l’importanza del nostro progetto”.
“Questo progetto – continua di Majo – contribuirà ad efficientare i collegamenti ed incrementare i traffici tra Civitavecchia e Barcellona, grazie anche alla presenza di un armatore  come Grimaldi che da anni effettua un servizio regolare di linea tra i due porti del Mediterraneo e con il quale, proprio nei giorni scorsi, abbiamo sottoscritto un Protocollo d’Intesa volto a potenziare la presenza del Gruppo nel nostro porto in una forma più strutturata con la definizione di target di traffico sia per l’automotive  che per i passeggeri”.
Il progetto “BClink: MOS for the future” si articola in due fasi. La prima, che sarà avviata il prossimo gennaio per concludersi a dicembre 2019 per un valore totale di € 7.122.962, riguarda il completamento del pennello parallelo al molo 27-28, grazie al quale il traffico traghetti sarà trasferito nella nuova area dedicata, nell’ottica di separare radicalmente i traffici marittimi, producendo importanti effetti in termini di
riduzione della congestione, sia lato-terra che lato-mare. La seconda fase, che partirà nel gennaio 2019 e si concluderà a fine 2021 per un totale di € 14.000.000, prevede la conversione funzionale del molo Contradique del porto di Barcellona, attualmente utilizzato per le rinfuse solide e che, in futuro, sarà destinato al traffico delle Autostrade del Mare.
“Il finanziamento accordato – sottolinea il presidente di Majo – contribuirà a rafforzare la nostra proposta, da veicolare in sede UE, del cosiddetto corridoio euro-mediterraneo, presentato nel corso della Conferenza ospitata a Civitavecchia lo scorso 24 novembre, ovvero l’istituzione di un collegamento che coinvolga più Stati membri dell’UE e che, attraverso l’accordo di collaborazione appena siglato con l’AdSP del Mar Adriatico Centrale, possa connettere Spagna ed Europa dell’Est attraverso i porti di Civitavecchia e dell’Adriatico”. “Tale corridoio – conclude il numero uno di molo Vespucci – intende svolgere una funzione aggiuntiva integrante e orizzontale rispetto ai 9 corridoi della rete centrale TEN-T e, in particolare, svolge la funzione di collegamento con il corridoio scandinavo-mediterraneo che passa sul nodo di Roma, di cui il porto di Civitavecchia è parte fondamentale”.
 
 

Contro la riforma europea del Copyright ANSO si appella al Governo: «Faccia valere la nuova posizione dell’Italia»

L’Associazione Nazionale Stampa Online che si è sempre dichiarata contraria chiede di essere parte in causa contro una direttiva che avrà una pesanti ricadute sui piccoli editori digitali
 Il Parlamento di Strasburgo con 438 favorevoli, 226 contrari e 39 astenuti ha approvato la nuova direttiva sul Copyright, adesso la palla passa al trilogo, ovvero la fase di discussione tra istituzioni europee e stati membri.
«ANSO è sempre stata contraria – spiega Matteo Rainisio, vicepresidente dell’associazione nazionale stampa online ANSO – e oggi non possiamo che fare un appello al Governo italiano che ha sempre manifestato e votato contro questa direttiva a livello europeo a differenza di quello precedente. C’è ancora una possibilità che la direttiva non sia adottata, ovvero nel caso in cui uno o più stati si mostrino contrari. La nuova posizione dell’Italia dovrà essere sostenuta nelle prossime discussioni a Bruxelles, e fin da subito chiediamo come rappresentanti degli editori nativi digitali di essere parte in causa nella discussione sull’eventuale recepimento della normativa da parte del Parlamento Italiano».
«Spiace – conclude Rainisio – constatare come in queste ultime ore prima del voto FIEG e i grandi editori abbiano inventato vere e proprie fake news per giustificare la loro posizione a sostegno della direttiva, come editori nativi digitali abbiamo sempre sostenuto che la direttiva non avrebbe portato benefici, nel medio lungo periodo, ai grandi ma fin da subito avrà una pesante ricaduta, come avvenuto in Spagna, per i piccoli nativi digitali».

LE NAVI EUROPEE E L’INDUSTRIA DELLA TECNOLOGIA MARITTIMA CHIEDONO AZIONI DECISIVE CONTRO LE PRATICHE COMMERCIALI SLEALI IN ESTREMO ORIENTE

Brussels, 10 Ottobre 2018 – di Mario Esposito - SEA Europe ed ECSA, le associazioni di categoria che rappresentano rispettivamente le costruzioni navali europee e le attrezzature marittime e gli armatori europei, accolgono con favore la recente dichiarazione della Commissione commerciale europea Cecilia Malmström contro le pratiche commerciali sleali in Estremo Oriente. SEA Europe e ECSA ora invitano la Commissione europea e gli Stati membri dell’UE a intraprendere azioni concrete e decise contro tali pratiche a favore di una vera parità di condizioni a livello mondiale per l’industria europea. Le condizioni di mercato, il commercio basato su regole e l’apertura dei mercati sono essenziali per consentire alle compagnie europee di trasporto marittimo, di costruzione navale e di attrezzature marittime di operare a livello internazionale.
In risposta a una domanda del deputato Bendt Bendtsen, il commissario Malmström ha sottolineato che la Commissione europea farà quanto necessario per proteggere gli armatori europei, i cantieri navali europei e i produttori europei di attrezzature marittime dall’impatto negativo delle distorsioni della concorrenza derivanti da ingenti sussidi provenienti dalla Cina e dalla Corea del Sud . Il commissario ha ricordato che “l’UE si sta impegnando con le controparti cinesi a livello bilaterale e con altri importanti paesi della costruzione navale nelle sedi plurilaterali” per affrontare pratiche di distorsione del mercato. Inoltre, il Commissario ha anche sottolineato che la Commissione europea sta prestando particolare attenzione alle recenti misure di sostegno della Corea del Sud a favore dei suoi cantieri locali, che “potrebbero anche essere significativi”.
Il Segretario generale SEA Europa Christophe Tytgat ha dichiarato: “Le ultime misure di sostegno della Corea del Sud sono chiaramente un esempio di distorsioni della concorrenza sleale. Creando richieste artificiali attraverso aiuti di Stato, la Corea del Sud ha purtroppo contribuito alla grave sovracapacità di oggi nella costruzione di navi mercantili e mercantili, con conseguenze drammatiche e di vasta portata per tutti gli operatori del mercato, prima per la costruzione navale europea e ora anche per gli armatori europei e per l’intero catena del valore. L’Europa deve ora vigilare affinché le stesse pratiche commerciali sleali con gli stessi potenziali effetti devastanti non si ripetano in altri segmenti della costruzione navale e della navigazione “.
Martin Dorsman, segretario generale dell’ECSA,  ha detto: “Il piano di riforma della Corea del Sud è molto preoccupante per gli armatori europei e l’industria cantieristica. Queste misure creano una disparità di condizioni, ostacolano l’accesso libero e paritario al trasporto marittimo internazionale e contribuiscono alla sovraccapacità globale. Parte di questo piano è anche il supporto per garantire carichi stabili per le navi battenti bandiera coreana, che è una misura di riserva della bandiera di un carattere particolarmente protezionistico. In un momento in cui le tendenze protezionistiche stanno aumentando, chiediamo all’Europa di inviare un messaggio forte a sostegno di un commercio libero, equo e basato sulle regole “.

BREXIT: LA COMUNITA’ MARITTIMA EUROPEA SUPPORTA ‘MARITIME UK’ PER LA TEMPESTIVA CONCLUSIONE DI UN ACCORDO TRA GRAN BRETAGNA E UNIONE EUROPEA.

L’export di beni e servizi dall’UE a 27 verso la Gran Bretagna vale 365 miliardi di euro, pari al 54% di tutte le importazioni effettuate dal Regno Unito, mentre l’export britannico verso l’UE vale 274 miliardi, pari al 43% delle esportazioni totali del Paese (Fonte Espo 2017).                                                                                             
 Gli scambi commerciali tra Italia e Gran Bretagna hanno raggiunto nel 2017 quota 34,5 miliardi di euro, di cui 23,1 miliardi di esportazioni verso la Gran Bretagna e 11,4 miliardi di euro di importazioni verso l’Italia (Fonte ICE 2017)
Roma, 22 Ottobre 2018European Network of Maritime Clusters (ENMC), che ha tenuto il proprio Meeting annuale a Malta il 16 ottobre scorso, ha affrontato anche il tema delle preoccupanti conseguenze della Brexit per il settore marittimo, sottolineando come la comunità marittima europea sostenga l’obiettivo di Maritime UK (il cluster marittimo britannico) di giungere ad un accordo reciprocamente vantaggioso tra Regno Unito e UE.
In questa fase critica nei negoziati c’è bisogno di freddezza e di una attenzione mirata a raggiungere l’accordo sostenibile e reciprocamente vantaggioso su cui contano entrambe le parti. Dobbiamo essere in grado di fornire il più presto possibile certezza e stabilità alle nostre attività. L’accordo deve ridurre al minimo le difficoltà per le imprese marittime, evitando interruzioni nei porti e nei flussi lungo le complesse catene di approvvigionamento pan-europee che abbiamo costruito assieme.
Le persone sono spesso trascurate in questo dibattito. Che si tratti di naviganti o dei tanti altri che lavorano nel settore marittimo – la più globale delle industrie – l’accordo deve far sì che le nostre popolazioni possano lavorare, vivere e muoversi in tutta Europa.
Al Meeting di Malta ha partecipato per il Cluster marittimo italiano la Federazione del Sistema marittimo italiano (Federazione del Mare), rappresentata dal segretario generale Carlo Lombardi.
Dati sull’interscambio commerciale dell’UE e dell’Italia con l’UK:
attualmente l’export di beni e servizi dall’UE a 27 verso l’UK vale 365 miliardi di euro, pari al 54% di tutte le importazioni effettuate dal Regno Unito, mentre l’export britannico verso l’UE vale 274 miliardi, pari al 43% delle esportazioni totali del Paese (Fonte Espo 2017); gli scambi commerciali tra Italia e hanno raggiunto nel 2017 quota 34,5 miliardi di euro, di cui 23,1 miliardi di esportazioni verso la Gran Bretagna e 11,4 miliardi di euro di importazioni verso l’Italia (Fonte ICE 2017).

UE investe 868 milioni di euro nelle infrastrutture e nel patrimonio culturale di Napoli. “Al porto andranno 111 milioni di €”

Nel quadro della politica di coesione, la Commissione ha adottato cinque importanti progetti finalizzati al miglioramento dei trasporti e delle infrastrutture idriche e alla conservazione del patrimonio culturale della città di Napoli
Bruxelles, 6 novembre 2018 – Questo pacchetto di investimenti consentirà il completamento tra il 2020 e il 2022 dei lavori avviati nel precedente periodo di bilancio 2007-2013, a beneficio degli abitanti di Napoli.
Corina Crețu, Commissaria responsabile per la Politica regionale, ha affermato: “Napoli è un vero gioiello europeo e sono lieta che i fondi dell’UE possano contribuire a valorizzarne la bellezza, stimolarne l’economia e migliorare la qualità della vita dei suoi abitanti. Questi cinque progetti sono una delle tante dimostrazioni dei buoni rapporti che legano l’UE, l’Italia e il popolo italiano.”
Più di 72 milioni di € per rinnovare gli spazi del centro storico di Napoli
I lavori finanziati dall’UE contribuiranno alla rinascita culturale e sociale di questo sito patrimonio dell’UNESCO, a beneficio delle 85 000 persone che abitano nel centro della città.
Nel quadro di un vasto piano di sviluppo urbano, i fondi dell’UE saranno utilizzati per migliorare gli spazi pubblici, i marciapiedi, le strade e le vie ciclabili e pedonali. Intorno al Duomo sono previste aree coperte da wi-fi, piste ciclabili e moderni sistemi di videosorveglianza.
Il progetto ha inoltre l’obiettivo di tutelare e promuovere le piccole imprese locali specializzate nell’artigianato tradizionale, nella fabbricazione della carta o degli strumenti musicali e di consentire a nuove imprese di stabilirsi nel territorio rispettando gli orientamenti dell’UNESCO.
Quasi 111 milioni di € investiti nel porto di Napoli
In quanto polo economico fondamentale per la regione Campania e per l’Italia nel suo complesso, il porto di Napoli beneficerà di 111 milioni di € dei fondi della politica di coesione per l’estensione della rete fognaria, l’ammodernamento degli accessi stradali e ferroviari, la pulizia del fondale marino, l’estensione della diga e l’installazione di pannelli solari.
Migliorando l’accessibilità del porto, i lavori finanziati dall’UE consentiranno il trasporto via ferrovia di volumi maggiori di merci da e verso le navi, con conseguente riduzione dell’inquinamento atmosferico nella zona, contribuendo così a proteggere l’ambiente in questo importante polo di attività e a migliorare l’efficienza energetica del porto.
Quasi 67 milioni di € per acquistare nuovo materiale rotabile per la linea 1 della metropolitana di Napoli
Questo finanziamento consentirà l’acquisto di 10 nuovi veicoli per la linea 1 della metropolitana, per il cui completamento sono già stati investiti 430 milioni di € dei fondi della politica coesione nel precedente periodo di bilancio. Una volta terminati i lavori, la linea 1 metterà in collegamento, tramite un percorso ad anello, le zone più strategiche della città, quali piazza del Municipio, la stazione centrale di piazza Garibaldi, fino all’aeroporto di Capodichino.
Quasi 188 milioni di € per un ambiente più pulito e per una migliore infrastruttura idrica nella regione
Oltre 134 milioni di € di fondi dell’UE contribuiranno a rinnovare cinque degli impianti di trattamento delle acque reflue già esistenti nell’area metropolitana di Napoli, nei comuni di Acerra, Marcianise, Napoli Nord, Foce Regi Lagni e Cuma. Il progetto migliorerà la qualità del bacino idrico del sistema di canali Regi Lagni, delle acque costiere flegree e delle isole di Procida e Ischia e oltre 2,3 milioni di persone trarranno beneficio da un migliore servizio idrico e da un ambiente più pulito.
Più di 53 milioni di € saranno successivamente utilizzati per ampliare e ammodernare le reti fognarie e delle acque reflue in sette città della provincia di Caserta, 40 km a nord di Napoli. La qualità dell’acqua sarà valutata in continuo grazie a un nuovo sistema di monitoraggio. I lavori finanziati dall’UE impediranno gli scarichi di acque reflue in mare sul litorale Domizio, ripristinandone l’antico splendore e il potenziale turistico.
Contesto
L’Italia è al secondo posto tra i paesi destinatari di fondi strutturali e d’investimento europei, compresi i fondi della politica di coesione, con uno stanziamento di 44,7 miliardi di € per il periodo 2014-2020. Inoltre l’Italia è il secondo paese beneficiario in termini assoluti del piano di investimenti per l’Europa, il piano Juncker, con oltre 50 miliardi di investimenti aggiuntivi già mobilitati e più di 215 000 piccole e medie imprese che hanno potuto trarre vantaggio da un migliore accesso ai finanziamenti.
La Commissione è stata sempre al fianco dell’Italia durante i periodi di difficoltà. Nel 2017 sono stati stanziati per l’Italia 1,6 miliardi di € aggiuntivi di fondi della politica di coesione, al fine di consentirle di affrontare gli effetti persistenti della crisi economica e finanziaria. L’Italia ha inoltre ricevuto un contributo senza precedenti di 1,2 miliardi di € dal Fondo di solidarietà dell’UE, in seguito ai tragici terremoti del 2016 e del 2017.
Tra il 2015 e il 2018 l’Italia è stata il principale beneficiario della flessibilità nell’ambito del patto di stabilità e crescita, per un importo dell’ordine di 30 miliardi di € (pari all’1,8 % del PIL). Tale flessibilità ha sostenuto l’attuazione delle riforme strutturali e gli investimenti, e ha aiutato l’Italia a far fronte a eventi eccezionali, quali le minacce alla sicurezza, la crisi dei rifugiati e i terremoti.
Nel prossimo bilancio a lungo termine dell’UE la Commissione propone di assegnare all’Italia 43,5 miliardi di € di fondi della politica di coesione, una dotazione finanziaria che registra un aumento di 8,5 milioni di € a prezzi correnti, nonostante un contesto di generale riduzione dei fondi destinati alla politica di coesione, al fine di sostenere una ripresa economica duratura nel paese.
Negli ultimi quattro anni, dall’inizio del mandato della Commissione Juncker sono stati creati 12 milioni di posti di lavoro, di cui 1 milione in Italia.

Rischio di credito commerciale in peggioramento nell’ipotesi di una “no-deal Brexit”

Secondo le previsioni Atradius, una “no-deal Brexit” potrebbe far registrare in Italia uno +0,5% d’insolvenze Manifatturiero, automotive, alimentare e chimico i settori maggiormente esposti Roma, 6 febbraio 2019 – Possibile balzo in avanti dei livelli d’insolvenza all’indomani di un improbabile ma pur sempre possibile “no-deal Brexit” il prossimo 29 marzo. Nell’Unione Europea, i mercati più esposti sarebbero quelli più attivi dal punto di vista commerciale con il Regno Unito. Per quest’ultimo, le stime parlano già di un +14% d’insolvenze nel periodo 2019-2020. Decisamente più contenuti gli impatti negativi per l’Italia che registrerebbe un incremento dello 0,5%. Questo in estrema sintesi lo scenario delineato dall’analisi che Atradius, tra i principali Gruppi a livello mondiale nell’assicurazione del credito commerciale, fideiussioni e recupero crediti, dedica al rischio di credito commerciale  in caso di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea senza accordo (report scaricabile gratuitamente sul sito Internet www.atradius.com). Nel resto dell’Unione Europea, impatti attesi in Irlanda, in cui l’incremento dei casi di mancato pagamento si attesterebbe su un +4%, concentrato soprattutto nel settore manifatturiero, dove il 44% del valore aggiunto complessivo proviene dalle esportazioni nel Regno Unito. Scenderebbe ad un +1,5% l’impatto atteso nel prossimo biennio nei Paesi Bassi, Belgio e Danimarca. I comparti tessile, chimico, e di produzione di macchinari per la movimentazione merci sarebbero i più colpiti, in quanto caratterizzati, in tutti e tre i Paesi, da un significativo export verso il Regno Unito. +1% atteso in Spagna, Portogallo e Germania, mentre per l’Italia gli effetti negativi sarebbero ancora più limitati registrando, insieme a Francia e Austria, un incremento solo dello 0,5%. Per il resto dei 27 Paesi dell’Unione, la previsione di Atradius sulla crescita delle insolvenze si mantiene al di sotto di questo ultimo dato. Dal punto di vista del commercio, una “no-deal Brexit” avrebbe impatti negativi sui settori che hanno catene di approvvigionamento particolarmente integrate tra il Regno Unito ed il resto dell’Unione europea, come il settore manifatturiero, molto reattivo ad un incremento delle barriere commerciali, dell’automotive, food & beverage, prodotti chimici e servizi. “In uno scenario di mancato accordo sulla Brexit - commenta Massimo Mancini country manager di Atradius per l’Italia – prevediamo che l’impatto sulle insolvenze in Europa possa essere localizzato e settoriale. La dinamica positiva dei flussi commerciali tra Italia e Regno Unito suggerisce alle nostre aziende di proteggere il proprio business soprattutto in quei settori trainanti dell’export quali macchinari, autoveicoli, agroalimentare e chimico, che sono anche quelli più esposti alle possibili ricadute negative di un’uscita a seguito di mancato accordo.”
Atradius
Atradius fornisce assicurazione del credito commerciale, cauzioni e servizi di recupero crediti a livello mondiale, con una presenza strategica in oltre 50 Paesi. Atradius ha accesso a informazioni commerciali su 240 milioni di imprese nel mondo. I prodotti offerti aiutano a proteggere le imprese nel mondo dai rischi di mancato pagamento da parte dei clienti, derivanti dalla vendita di beni e servizi a credito. Atradius è parte del Grupo Catalana Occidente (GCO.MC), azienda leader in Spagna tra le società di assicurazione e tra gli assicuratori del credito a livello mondiale.

Parlamento Europeo: la Federazione del Mare alla conferenza “Future for Ocean Governance and Blue Growth” in rappresentanza dei cluster marittimi europei

Bruxelles, 5 aprile 2019 -  Il 2 aprile a Bruxelles presso il Parlamento europeo si è tenuta la Conferenza ad Alto Livello “Future for Ocean Governance and Blue Growth”, organizzata con la partecipazione delle principali istituzioni marittime dal deputato europeo portoghese José Inácio Faria, della commissione Ambiente, per affrontate tre importanti temi: modellare la governance globale dell’oceano per il futuro, ottenere mari sani e puliti entro il 2030, promuovere un’economia blu sostenibile. Per ENMC (European Network of Maritime Clusters), organizzazione di cui l’Italia detiene la vicepresidenza, è intervenuta Laurence Martin, vicesegretario generale della Federazione del Mare. La rappresentante dei cluster marittimi europei ha ricordato che l’economia blu dell’UE sta crescendo costantemente e che, con un fatturato di oltre 560 miliardi di euro, crea posti di lavoro per quasi 3,5 milioni di persone. “L’industria marittima è un settore vitale e strategico per l’Europa. Oltre ad avere un’enorme dimensione costiera, con il turismo che ne deriva, e numerose città importanti, il cui sviluppo è tuttora legato al mare, l’Europa è una grande potenza marittima: il 90% del commercio internazionale, l’80% del commercio estero dell’UE e il 40% del commercio interno dell’UE utilizzano la navigazione. Inoltre, gli armatori europei controllano quasi il 40% della flotta mercantile mondiale e sono attori chiave nello shipping. L’industria cantieristica europea è leader mondiale per quanto riguarda le navi da crociera e gli yacht da diporto, mentre l’industria di produzione di apparecchiature e componenti dell’UE serve metà della flotta mondiale. L’attività europea di pesca svolge un ruolo importante nella nostra politica alimentare”. Lo shipping rappresenta il 3,1% delle emissioni globali di CO2 e senza l’adozione di misure adeguate, le emissioni prodotte dalle navi aumenterebbero ulteriormente nei prossimi anni (fino al 250% entro il 2050, secondo alcune fonti). Ridurre le emissioni di gas-serra dello shipping è quindi fondamentale e su questo l’industria marittima si sta impegnando e condivide la norma dell’International Maritime Organization (IMO) che stabilisce al 2050 una crescita delle emissioni di gas-serra limitata al 50% del livello del 2008. Inoltre, dal 2020 entrerà in vigore in tutto il mondo la normativa IMO che prevede un limite di 0,5% dello zolfo nei carburanti marini. Facendo riferimento alle affermazioni di una delle associazioni ambientaliste presenti, Laurence Martin ha ribadito che gli armatori europei vogliono navigare con navi pulite e per questo hanno appoggiato la nuova normativa IMO, mentre sono simili navi che i cantieri navali, insieme a fornitori, università e istituti di ricerca vogliono progettare e costruire. Per compiere passi significativi, assicurare un trasporto a emissioni zero entro il 2050 e quindi contribuire a rendere entro quell’anno l’Europa un’economia e una società a impatto climatico neutro, il settore marittimo è aperto a continuare ad investire e sperimentare, ma per farlo chiede scelte politiche stabili e ha bisogno di una quota equa e sostanziale di finanziamento da programmi come Horizon Europe. In tal modo, l’Europa contribuirà alla lotta globale al cambiamento climatico, oltre ad aiutare i cantieri navali europei a fronteggiare la concorrenza in termini di innovazione e consentire la progettazione e la costruzione dei tipi di navi più innovativi. Per questi motivi, l’Europa e i suoi Stati membri devono agire ora a livello politico, a sostegno dei settori della navigazione, della costruzione e delle tecnologie marittime.

EC 2019 Annual Report on the EU Blue Economy

Roma, 28 maggio 2019 – È stato pubblicato nei giorni scorsi il EU Blue Economy Report 2019, rapporto annuale sulla Blue Economy predisposto dalla Commissione europea sotto la regia di DGMARE. Oltre ad avere un’enorme dimensione costiera e numerose città importanti il cui sviluppo è tuttora legato anche al mare, l’Europa è infatti una grande potenza marittima: l’80% del commercio estero dell’Unione europea e il 40% del suo commercio interno utilizzano la navigazione; gli armatori europei controllano quasi il 40% del tonnellaggio mondiale di naviglio mercantile; l’industria cantieristica europea è leader mondiale nella costruzione di navi da crociera e yacht di lusso; l’industria di produzione di apparecchiature e componenti marittime dell’Unione serve metà della flotta mondiale. Anche da questo Rapporto emerge che l’industria marittima è un settore vitale e strategico per l’Europa. I numeri parlano da soli: alla Blue Economy viene attribuito un volume di affari di 658 miliardi di euro, di cui 180 miliardi di valore aggiunto (quindi quasi 480 miliardi di costi intermedi, cioè di acquisti effettuati negli altri settori dell’economia), ed un’occupazione di 4 milioni di addetti. Ciò è frutto di un insieme di attività marittime vasto e diversificato quanto la stessa Europa, la cui forza in campo marittimo, del resto, sta anche nella presenza nell’Unione di soggetti attivi lungo l’intera catena del valore, tutti protagonisti del cluster marittimo fondamentali per un’industria di successo e volta al futuro: senza una grande capacità ingegneristica diffusa nei paesi europei, l’energia eolica offshore non avrebbe avuto un simile successo nei mari del Nord; senza la collaborazione di armatori, costruttori navali e istituti di ricerca – tra gli altri – non potremmo costruire le navi pulite del futuro, così importanti per mari come il Mediterraneo. Si tratta di un rapporto importante, ancorché migliorabile, visto che i dati riportati si riferiscono all’anno 2017, non consentendo di valutare le evoluzioni più recenti, e che manca un’analisi qualitativa accanto a quella quantitativa, entrambe necessaria per orientare le scelte politiche e rafforzare l’economia blu europea. Inoltre, tra i dati si includono anche il turismo costiero e l’estrazione di idrocarburi, i quali concorrono rispettivamente per il 30% e il 14% al volume d’affari della Blue Economy e per il 54% e il 4% alla sua occupazione, dandone un’immagine a prima vista imprecisa se si ritiene che l’economia del mare debba includere solo le attività marittime vere e proprie (in Italia, ad esempio, quei settori non vengono analizzati nel rapporto dedicato periodicamente dalla Federazione del Mare e dal Censis al cluster marittimo nazionale, studio di cui uscirà in autunno la sesta edizione). Depurato di tali voci, i dati per la Blue Economy europea sono pari a 383 miliardi di euro come fatturato e 1,7 milioni di persone come occupazione. Il rapporto EU Blue Economy Report 2019 è disponibile nella sezione pubblicazioni del sito http://www.federazionedelmare.it.