Ricette anticrisi per la pesca artigianale. In “rete” pescatori e aree marine protette

Nelle aree tutelate il “capitale/pesca” cresce fino a 10 volte
 
Lo stato di crisi delle risorse di pesca in molta parte degli Oceani riguarda anche il mare nostrum: l’82% delle specie pescate in Mediterraneo è sovra sfruttato e le ripercussioni si fanno sentire soprattutto su alcune categorie professionali. Si può dire, infatti, che oltre a tonno rosso, pesce spada, nasello e triglie a rischio ci siano anche i pescatori artigianali del Mediterraneo con la loro flotta di  65.000 imbarcazioni in tuttala Comunità Europea (di cui la maggior parte proprio nel Mediterraneo): sebbene non invadano le piazze, questi professionisti vivono sulla propria pelle gli effetti nefasti della pesca industriale e dei suoi metodi non sostenibili.
Contro l’impoverimento degli habitat e delle specie ittiche l’ancora di salvezza è data proprio dalle aree dove il mare è protetto: secondo uno studio effettuato sul campo da Enric Sala, per conto della National Geographic Society, le Aree marine protette quando ben gestite possono far “fruttare” il capitale della pesca da5 a10 volte. L’effetto della protezione è il ripopolamento di specie pregiate, un surplus di pesce che una volta fuori dalle aree protette può essere “prelevato” dai pescatori senza che si intacchi il “capitale” protetto. Stesso “effetto tutela” è stato riscontrato nella Riserva di Torre Guaceto, un’area marina protetta vicino Brindisi co-gestita dal WWF dove il pescato nella zona  esterna dell’area è quasi triplicato dopo un fermo pesca di appena 5 anni.
In questa, come in altre Riserve del Mediterraneo, l’approccio di co-gestione ha garantito il coinvolgimento dei pescatori artigianali e la loro effettiva collaborazione nella creazione di piani di pesca auto-gestiti, con benefici sia per la gestione delle Riserve, ovvero, riduzione dello sforzo di pesca, ma anche per i pescatori stessi. Se da un lato la pesca industriale contribuisce a impoverire habitat e fauna ittica con reti a strascico sotto costa dall’altro ci sono i tramagli, reti da posta e nasse, tutti sistemi selettivi e poco impattanti che, se ben gestiti nei tempi e nelle aree più idonee, portano benefici per tutti. L’Unione Europea però non garantisce il riconoscimento della funzione dei pescatori artigianali, che spesso contribuiscono anche a promuovere il patrimonio culturale ed economico locale, né tantomeno offre un sostegno adeguato nonostante la pesca artigianale risulti spesso compatibile con l’equilibrio ambientale.
Per mettere “in rete” pescatori artigianali e gestori di Aree marine protette del Mediterraneo su questo tipo di esperienze si svolgerà il  primo Meeting “MEDITERRANEO – Pescatori artigianali nelle Aree marine protette”  organizzato dal Progetto MedPAN Nord che riunisce, sotto l’egida del WWF Francia,  12 esperienze ‘clou’ tra aree protette e comunità di pescatori di 6 paesi europei, tra cui l’Italia. Sabato 17 e domenica 18 marzo saranno oltre 50 i partecipanti a confronto : l’obiettivo del Meeting è proprio quello di favorire lo scambio tra esperienze dei pescatori artigianali che hanno collaborato con le Aree marine protette in Italia, Francia, Spagna, Croazia, Grecia. Si parlerà del coinvolgimento dei pescatori nelle attività di gestione e monitoraggio delle Aree Marine Protette, della competizione con altri tipi di pesca e del contributo che la pesca artigianale fornisce al patrimonio culturale ed economico locale oltre alla promozione delle opportunità economiche alternative, come il pescaturismo. Verrà illustrata inoltre la nuova Piattaforma Mediterranea della Pesca Artigianale, un’associazione di pescatori che vogliono salvare se stessi salvando le proprie risorse.

Navi dei rifiuti. La contrarietà di Clini

L’intervento del ministro al convegno di Marevivo
 
In attesa della terza nave che trasporterà i rifiuti in Olanda (Nordic Erika, il prossimo 11 marzo), il ministro dell’Ambiente Clini esprime il suo scetticismo sulla portata complessiva dell’operazione. “Parte dei rifiuti di Napoli – ha affermato il ministro – vengono spediti tra l’Olanda e la Svezia per alimentare i termovalorizzatori che producono energia elettrica o assicurano il teleriscaldamento. Non c’è più tempo da perdere e gli italiani, e i napoletani in particolare, non possono più continuare a pagare per portare i rifiuti oltre confine, rifiuti che altri trasformano in ricchezza”.
Una posizione, che contrappone nettamente Clini al sindaco De Magistris, espressa nell’ambito dell’incontro “Il Mare di Napoli, Morte o Rinascita”, organizzato a Castel dell’Ovo dall’associazione ambientalista Marevivo.
“Per il golfo di Napoli ci sono 142 contenziosi o precontenziosi da parte dell’Unione europea, 10 dei quali sono già pronti a diventare sanzione o condanna – ha spiegato il ministro –. Ho chiesto un quadro informativo, entro fine marzo, che mi consenta di avere un chiaro percorso di quanto fatto negli ultimi 17 anni per affrontare l’ emergenza relativa alla qualità del mare”.
Secondo il ministro dell’Ambiente, è complicato comprendere “la connessione tra le decisioni prese, le applicazioni, le erogazioni e le deviazioni delle risorse. È un caso scuola di come le amministrazioni, dal governo agli enti locali, gestiscono bene il gioco dell’oca. Stiamo cercando di capire dove sono finiti i soldi”.

Bombe chimiche del dopoguerra affondate nel Golfo di Napoli?

Legambiente rilancia il rapporto “Brankowitz”
 
Un’area di circa 287 chilometri quadrati compresa in un tringolo immaginario tra Bagnoli, Ischia e Capri. È qui che gli americani, all’indomani della seconda guerra mondiale, potrebbero aver affondato un arsenale chimico, approfittando della profondità dei fondali.
Lo denuncia Legambiente – Coordinamento Nazionale Bonifiche Armi Chimiche nel dossier “Armi Chimiche: un’eredità ancora pericolosa” che sarà presentato domani nella Sala ex Hotel Bologna- Senato della Repubblica.
“In Italia – spiega l’associazione – sono sorti numerosi comitati cittadini per problemi legati all’inquinamento derivante dallo smaltimento delle armi chimiche, soprattutto per le operazioni avvenute nel secondo dopoguerra. Accanto ai siti più noti quali Molfetta (Ba) o il lago di Vico (Vt) o Colleferro (Fr) in cui sono state avviate indagini e studi per valutare la dimensione del problema o si sta lavorando per valutare il livello di inquinamento e avviare le attività di bonifica, ce ne sono altri, individuati da documenti militari, su cui ad oggi non sono state fatte adeguate indagini per certificarne la presenza e localizzare e quantificare il materiale presente, come il mare di fronte a Pesaro o l’area del Golfo di Napoli”.
A parlare di Napoli, in particolare, i cosiddetti rapporti “Brankowitz” ed “Aberdeen”, nuovamente secretati, dopo un periodo durante la presidenza Clinton in cui furono resi pubblici, secondo cui nel Golfo furono affondate nel 1946-47 enormi quantità di proiettili e bombe contenenti iprite, fosgene, arsenico, lewisite, cloruro e cianuro idrato: sostanze altamente tossiche e in grado tutt’oggi di rilasciare il loro carico di veleno nell’ecosistema marino e nella catena alimentare.  
Esaminando i rapporti e le carte nautiche, due docenti dell’Istituto Nautico di Forio d’Ischia e il responsabile per la Campania del Coordinamento hanno individuato, nel maggio scorso, un’area dove, presumibilmente, gli affondamenti potrebbero essere stati effettuati. “L’area in questione – spiegarono – è inscritta in un immaginario triangolo che ha per vertice Bagnoli; si è proceduto a tracciare due rotte limite: una tangente alle isole di Procida ed Ischia, e l’altra vicinissima all’isolotto di Nisida”. Secondo questa ricostruzione “le chiatte e le navi usate per la discarica degli arsenali si sono inoltrate in mare aperto all’interno di questo cono largo, dal lato di Bagnoli, circa 42-47 gradi”. Considerando le profondità del Golfo “una volta superata l’altezza del Canale di Procida si riscontrano fondali superiori a cento metri, che diventano presto di 200 metri e quindi superano i 300. Spingendosi fino alla linea immaginaria che unisce Ischia e Capri si spalancano profondità abissali: 500, 600, 700 e addirittura oltre mille metri”. Qui nella zona della Bocca Grande gli americano avrebbero trovato “un vero e proprio abisso dove può essere occultata qualsiasi cosa”.
Della questione, nel corso della scorsa edizione di Goletta Verde, furono investiti l’allora ministro della Difesa La Russa e il Comandante della Capitaneria di porto di Napoli, Ammiraglio Picone, con l’obiettivo di ottenere eventuali notizie utili “all’opera di sensibilizzazione” portata avanti dalle due associaizoni.
Opera che domani segnerà un passo importante. Nel corso dell’incontro previsto a Roma infatti si discuterà anche di “mappatura, monitoraggio e bonifica dei siti inquinanti”. Operazioni che riguardo al Golfo di Napoli prevederebbero un’area da scandagliare pari a 287 chilometri quadrati. Un’estensione grande ma, con le moderne tecnologie, non certo impossibile da esaminare.

Santuario dei Cetacei. Nessun controllo sui transiti commerciali

Il WWF: “Gestione fallimentare”. Clini: “Definire strumenti idonei”
 
Oltre 10.000 transiti commerciali l’anno all’interno del Santuario dei Cetacei “senza alcun obbligo di rotte certe e senza alcun riscontro satellitare costante”. Dopo l’incidente di Costa Concordia il WWF punta il dito contro la mancanza di regole certe. E accusa l’autorità competente sull’area, istituita nel 1999, di non essere in grado di “tutelare adeguatamente i propri beni ambientali e paesaggistici”. “Ne sono gli esempi più recenti – denuncia l’associazione – il drammatico incagliamento della Costa Concordia al Giglio e quanto accaduto all’alba del 17 dicembre 2011, quando l’Eurocargo Venezia  della Grimaldi Lines, ha perso due semirimorchi trasportati in coperta, contenenti tonnellate di un catalizzatore al cobalto-nichel estremamente inquinante a sud dell’isola di Gorgona, a una ventina di miglia dalla costa e a una profondità variabile tra i 120 e 600 metri, per un totale di 198 fusti metallici non ancora recuperati”.
Nasce da qui la richiesta al ministro dell’Ambiente di verificare l’applicazione dell’accordo volontario sul traffico marittimo pericoloso sottoscritto nel giugno del 2001, su iniziativa dei Ministri dell’Ambiente e dei Trasporti, con Confindustria (anche  per conto di Confitarma, Unione Petrolifera, Assocostieri e Federchimica), l’Assoporti, le organizzazioni sindacali (CGIL, CISL, UIL e UGL) e le maggiori associazioni ambientaliste (Amici della Terra, Italia Nostra, Legambiente, Marevivo e WWF Italia). “L’accordo – spiega il WWF – prevedeva un articolato programma di interventi concreti finalizzati a prevenire i rischi connessi al trasporto marittimo di sostanze pericolose, innanzitutto mediante la più rapida messa al bando dalle nostre acque delle navi petroliere monoscafo, oltre ad altre misure per evitare il lavaggio delle cisterne in mare, per una più calibrata formazione professionale degli equipaggi, per la rapida ratifica della Convenzione internazionale “bunker oil”, per la tutela di particolari aree quali le bocche di Bonifacio e la laguna di Venezia”.
Secondo il WWF non solo è fondamentale avere a 10 anni di distanza un bilancio condiviso, ma anche rilanciare su altri settori quali ad esempio lo stato di applicazione della Bunker Oil Convention  in vigore dal novembre 2008. Inoltre, l’associazione chiede per questo settore una particolarissima attenzione anche al cosiddetto doppio bunker per i serbatoi delle navi da crociera che, come la vicenda della Costa Concordia dimostra, potenzialmente possono creare elevate criticità ambientali per le grandi quantità di combustibile trasportate.
Su questa questione, in particolare, il ministro Corrado Clini ha già avanzato una prima proposta. Un contributo di solidarietà sul petrolio movimentato per mare, 125 milioni di tonnellate l’anno, e sul traffico passeggeri: un fondo per la protezione del mare e delle coste, da utilizzare per eventuali criticità. “Dobbiamo definire gli strumenti più idonei perché non si ripetano più situazioni del genere. Questi sono condomini galleggianti – spiega – e non possono muoversi come fossero vaporetti”. Il ministro ha anche annunciato la volontà di sentire al più presto Confitarma “per promuovere insieme un turismo intelligente che difenda l’ambiente” e annunciato la messa a punto di “percorsi alternativi” in zone particolarmente critiche come la laguna di Venezia.
Sulle coste del Mediterraneo – rilevano gli ambientalisti – non solo insistono 750 porti turistici e 286 porti commerciali, ma anche 13 impianti di produzione di gas e 180 centrali termoelettriche. Questo sistema interessa la movimentazione di oltre 2000 traghetti, 1500 cargo, 300 navi cisterna, centinaia di imbarcazioni commerciali; stime delle Nazioni Unite attestano che il Mediterraneo ogni anno è attraversato da oltre 200.000 transiti. “La sicurezza nasce dunque non solo dal fissare regole, ma anche dal farle rispettare garantendo i necessari controlli”.

I Giganti del Golfo. Mostra fotografica di Giuseppe Farace

Alla Feltrinelli gli scatti dei capodogli al largo di Ischia
 
Napoli. La grande ricchezza biologica del Golfo indusse Anton Dohrn a scegliere Napoli come sede per una Stazione Zoologica. Una profusione di specie marine che da quel lontano 1872 non smette di riservare, almeno per i non addetti ai lavori, sorprese inconsuete. Come la possibilità di poter scorgere a poche miglia dalla città l’enorme pinna di un capodoglio che batte sulla superficie dell’acqua o lo sbuffo di una balenottera. I grandi cetacei, infatti, ancorchè rari, non disdegnano la frequentazione delle nostre acque.
A testimoniarlo la mostra fotografica “I Giganti del Golfo” di Giuseppe Farace (11 gennaio – 5 febbraio, Feltrinelli via S.Caterina a Chiaia), frutto di un reportage interamente realizzato al largo delle coste dell’isola d’Ischia. Le immagini, parte delle quali realizzate in immersione, nascono da un lungo lavoro svolto in collaborazione con l’associazione “Oceanomare Delphis” onlus, attiva nello studio dei cetacei, e ritraggono non solo la bellezza delle creature più grandi del pianeta ma rappresentano un contributo – come sottolineato dall’autore – per “stimolare i napoletani a riscoprire e amare il proprio mare”, a cominciare dalla consapevolezza dei pericoli che su di esso incombono.
Non è un caso dunque che nel corso della presentazione dell’iniziativa si sia parlato anche di pesca illegale e, in particolar modo, dell’uso delle reti “derivanti”, meglio conosciute come spadare, pericolo numero uno per l’incolumità dei “giganti del Golfo”.
Adoperato per la cattura di tonno e pescespada, questo tipo di attrezzo, la cui lunghezza può raggiungere anche i 30 chilometri (creando così un vero e proprio labirinto di maglie trascinato dalla corrente), non permette una pesca selettiva. Addirittura, l’85% del pescato ottenuto è inutilizzabile, motivo per cui l’Ue ha deciso di bandire nel 2002 questo tipo di attività tuttora praticata, in modo illegale, nel Mar Tirrenio.
“Non è facile individuare le reti derivanti, anche con pattugliamenti aerei – ha spiegato il Comandante Francesco Cammarota, caporeparto operativo della Capitaneria di porto di Napoli –  poichè vengono impiegate di notte in mare aperto a notevole distanza della costa, spesso in acque internazionali. In questi ultimi anni abbiamo comunque ottenuto buoni risultati e il fenomeno si sta riducendo, anche perchè oggi possiamo requisirle”.
A rendere più complicata la situazione, l’uso delle spadare da parte di molti paesi mediterranei extra – Ue. “E’ necessaria – ha denunciato il responsabile di Marevivo, Giovanni Capasso – un’azione internazionale ben coordinata. Si pensi solo al paradosso per cui, sulla scorta delle norme europee, la Spagna si è disfatta delle sue reti “derivanti” vendendole però al Marocco, il cui pescato finisce al 90% sul mercato italiano”.
Proiettato anche un filmato di una difficile operazione della Guardia Costiera di Napoli del 2004 in cui furono portati in salvo 5 capodogli. Avviluppati in un groviglio di reti erano stati abbandonati dai pescatori al loro destino. “I subacquei – ha ricordato il Comandante Cammarota – lavorarono ininterrottamente per due giorni tagliando le maglie pezzo a pezzo con le forbici. Non potrò mai dimenticare la tranquillità con cui quei giganti aspettarono la fine dell’operazione. Si allontanarono dai nostri mezzi solo quando anche l’ultimo di loro fu definitivamente libero”.
Parole di ammirazione condivise anche da Farace: “non è possibile descrivere l’emozione che si prova immergendosi accanto ad un enorme capodoglio e incrociando il suo sguardo curioso e mite. È stata sicuramente una delle esperienze più intense che abbia vissuto nel corso della mia carriera di reporter”.
Giovanni Grande